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Vino e Innovazione Tecnologica






La tecnologia non tiene lontano l'uomo dai grandi problemi della natura, ma lo costringe a studiarli più approfonditamente. (A. de Saint-Exupéry) 



Ormai lo sappiamo: il mondo viaggia alla velocità di un click e l’innovazione tecnologica sta rivoluzionando il futuro di tutte le imprese compresa quella del vino. 

Anche se click e natura non vanno di pari passo, l’avanzamento delle nuove tecnologie apre nuove frontiere sia per i vignaioli che per i consumatori, cambiando il modo in cui il vino viene prodotto, analizzato e apprezzato. L’innovazione tecnologica viene utilizzata nelle varie fasi della produzione vinicola dalla coltivazione delle viti alla produzione e alla commercializzazione. 


In vigna 
Sensori e droni (vedi foto delle vigne della Cantina Strappelli  nelle Colline Teramane) monitorano lo stato di salute delle piante e ipotizzano previsioni, ottimizzando la gestione delle vigne. 

In cantina
In cantina si analizzano e si controllano i dati dalla temperatura, all'ossigeno e altri fattori critici, dalla fermentazione all’imbottigliamento per ottenere maggiore precisione e qualità nel prodotto finale. 

In distribuzione 
L'innovazione tecnologica viene usata per migliorare l’esperienza dei consumatori. Piattaforme online, app e strumenti digitali forniscono informazioni dettagliate sui vini consentendo ai fruitori di prendere decisioni più informate sull'acquisto di vini. 



Vigne Cantina Strappelli

Lo stimolo e il fascino delle nuove tecnologie riguardano soprattutto il mondo della comunicazione e, come tutti sanno, lo strumento più usato a sostegno dell’informazione dei prodotti in commercio è il noto QR code. 

Il QR code (nato in Giappone 25 anni fa per superare i limiti della lettura del codice a barre) ci consente di leggere, come per l'etichetta, tutte le indicazioni di un prodotto (fornendo anche la tracciabilità di un alimento). È un simbolo che restituisce, ogni qualvolta viene inquadrato da una fotocamera, dati e informazioni per il consumatore. 

Tra le più svariate varianti e variabili del QR code, tempo fa, mi sono imbattuta in una tecnologica  etichetta digitale vocale multilingua
Consiste in una semplice interazione tra il consumatore e la bottiglia di vino. Scansionando il QR code sull'etichetta del vino e si accede a un'interfaccia che offre una varietà di contenuti multimediali. Attraverso le etichette digitali vocali i consumatori possono ascoltare (invece che leggere) nella lingua desiderata, descrizioni dettagliate del vino fornite dal produttore, dall'enologo o da esperti di settore. Le descrizioni vocali possono coprire una serie di argomenti, come l'origine del vino, le caratteristiche organolettiche, le note di degustazione, le tecniche di vinificazione e gli abbinamenti consigliati. Questa modalità di comunicazione audio fornisce un'esperienza più coinvolgente rispetto alla semplice lettura delle informazioni sull'etichetta (inoltre la tecnologia avanzata del QR code permette di avere contenuti multimediali aggiuntivi)
L'ascolto dell'etichetta può essere un'opzione interessante per comunicare con i consumatori, specialmente per le aziende che esportano i propri vini. Questo approccio offre un modo immediato di informare senza la necessità di traduttori digitali online, semplificando la comprensione delle informazioni per un pubblico internazionale.  (www.codetells.it)

Una ricerca sulla frontiera del marketing sensoriale (o neuro marketing che fa leva su emozioni e sentimenti) cita che il 95% delle decisioni di consumo viene influenzato da processi che coinvolgono l’inconscio e sono di tipo irrazionale. I diversi stimoli vengono scannerizzati dal nostro cervello che riesce a fare associazioni con musiche o immagini collegandoli a determinate sensazioni o emozioni felici della nostra vita. Principalmente ci si avvale, nei media, del suono e della vista ma non si sa mai che le nuove frontiere ci riservano trasmissioni di gusto e olfatto non solo immaginario. 
Siamo pronti a tutto


Tuttavia mi piace pensare che la tecnologia è solo un supporto per preservare e conservare la tradizione e l'arte della produzione vitivinicola e che questo legame tra la passione umana e l'innovazione tecnologica sia solo un potenziamento del futuro del mondo del vino. 


Foto: Cantina Strappelli 



Credits foto copertina: 
https://joeducation.eu/it/



Vino e Pregiudizio





di Daniel Barbagallo 

Sono rare le occasioni in cui la ragione mi trattiene e quasi sempre seguo l’istinto. Spesso questa mia attitudine mi ha fatto incorrere in pregiudizi e grandi errori ma, col senno di poi, mi sono reso conto che se ci avessi ragionato meglio la conclusione (che non sarebbe poi cambiata) sarebbe arrivata prima del tempo.

Il risultato è che i pensieri e le emozioni (che non sono così differenti) hanno solo due velocità diverse. Una arriva prima e l’altra poco dopo. 

Gli sbagli sono macigni da portarsi quindi tanto vale prenderne coscienza subito e non pensarci più.

Mi spiego meglio con un esempio:

Clos De Lambrais è un Gran cru di Morey-Saint-Denis, un monopole, ovvero di esclusiva proprietà di un domaine. È un vino che in più di una annata mi ha regalato grandi esperienze che si sono trasformate in bellissimi ricordi ma questa volta è successo qualcosa che mi ha fatto perdere di vista l’unica cosa vera e importante: il qua e ora e cioè il vino nel calice nel momento in cui lo bevo

Una settimana fa un amico ha portato questa interessante bottiglia: un piccolo bagnami di quello che cerco in un vino: grazia, leggiadria, grande presenza e personalità.

Piccoli frutti di bosco maturi, una bellissima parte fumosa e balsamica unite a una vibrante mineralità. Doveva bastarmi per soddisfare le mie pulsioni ma poi i ragionamenti sono arrivati, come fanno sempre, a disordinare il mio cervello e le mie logiche. Però è un 2010 ed è troppo pronto. Però è un 2010 ed è poco grintoso. Però è un 2010 e non mi dà l’idea di avere ancora lunga vita.

Mentre il suo ventaglio aromatico mi rapiva, le domande aumentavano e la cosa mi faceva pensare e arrabbiare nello stesso tempo. Il sorso, a tratti poetico, stava in perfetta fusione con tutto il resto e il vino non aveva la necessità di dimostrare nulla a nessuno proprio come tutte quelle cose che non hanno bisogno di essere forti per esser forti.

Le aspettative sono il male assoluto perché spostano il punto di partenza e di vista da reale a personale. Questo vale per persone, amori e vino. Ho dovuto riflettere una settimana su qualcosa per cui da riflettere non c’era nulla. Ho solo perso tempo in paragoni e ragionamenti machiavellici perché il vino era eccezionale. Punto.

Il resto è aria fritta. Quando qualcuno o qualcosa è sicuro di ciò che è se ne frega di come lo percepisci tu. La sua più grande qualità era proprio questa coscienza di sé e avrebbe dovuto bastarmi per farmi saltare sulla sedia.

La scorsa settimana ho sbagliato, non succederà più.




Daniel 


Come ti conquisto l’aspirante sommelier




di Daniel Barbagallo 

Ormai in ogni dove si organizzano corsi di avvicinamento al vino e sempre  più con interesse e curiosità sono frequentati da numerose donne (viva Dio!).

E’ per questo amici che voglio darvi alcuni consigli pratici su come il vino può trasformarvi in autentici latin lover.

Una volta conosciuta la donzella invitatela a cena in un locale con una buona carta dei vini. All’ingresso nella sala cominciate a guardare i tavoli (che molto probabilmente avranno bottiglie importanti) con sufficienza e con quell’aria snob che contraddistingue chi di vino ne conosce bene.

Dopo aver consultato la carta alzate la mano in direzione del sommelier ed ordinate quel vino che l’ultima volta che è stato richiesto c’erano ancora i sesterzi.  

Più sconosciuto è, meglio è.

RICORDATE amici: voi non bevete etichette, avete già superato quella fase della vostra formazione.

E ora arriva il bello. Consiglio vivamente di imparare queste frasi a memoria tenendo bene a mente che in futuro non avrete una seconda possibilità per sembrare dei fenomeni.

Quando vi verseranno il vino per farvelo assaggiare, la vostra compagna, essendo nella fase di studio lo osserverà cercando di capire se il rosso è rubino o porpora e se c’è già l’unghia evoluta.

Voi con estrema non calanche fate un sospiro, guardatela negli occhi poi volgete lo sguardo verso il sommelier esclamando: un bellissimo impatto cromatico che lascia presagire una buona dinamica evolutiva.

E con ogni probabilità lei si starà già innamorando.

Dopo portate il vino al naso e inspirate con delicatezza e guardando il sommelier asserite che va bene e che può versare il vino nel calice.  

RICORDATE: voi non avete bisogno di assaggiarlo. Voi sapete già tutto!

A questo punto siete soli e parlerete del più e del meno raccontando soprattutto delle visite ai più grandi produttori del mondo (anche se non le avete mai fatte) chiamandoli per nome come vostri vecchi amici.

E’ il momento della serata in cui lei comincerà a fare l’analisi organolettica. Consiglio: lasciatela fare e fatele i complimenti.

Nel mentre mettete sul banco un carico da undici aggiungendo alla sua descrizione alcuni sentori assurdi ma precisi: una bellissima nota di noci di macadamia, una sfumatura di ribes provenzale, e a chiudere la partita l’alchechengi.  

E vi assicuro che nessuno sa di cosa odora l’alchechengi nemmeno alchechengi stesso!

State pur certi che ora lei è già pronta a passare il resto della vita con voi.

Ma non è finita qui. Lei, continuando nella degustazione, comincerà  a pensare: secco, caldo, morbido, mediamente persistente e così via.

E’ in questo momento che allungate una mano a sfiorare la sua ed esclamate con voce decisa: questo è un grande vino ma al di là di tutto mi fa impazzire la parabola monodirezionale che disegna in bocca stratificandosi e amplificando pressione e allungo.  

Ora non importa se voi assomigliate a Lino Banfi, è in questo preciso istante che vi sta guardando come un ribelle a torso nudo e braghe di pelle sulla sua harley che attraversa il deserto, con il vento tra i capelli e l’occhio socchiuso da guerriero, che la salva dalla banda di motociclisti che la tiene prigioniera.

Siate signori, pagate il conto e accompagnatela a casa ma sappiate che se l’aspirante sommelier non vi invita a salire tanto vale che prendiate i voti. 

Non ditemi grazie.

Il talento è poca cosa ne non condiviso.

 




 
Foto credits: igiz.it



Wine Writers: Pasquale Porcelli e il vino, storia di un viaggio lungo una vita




Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 


Pasquale Porcelli non ha mai frequentato nessun corso che non fosse Corso Umberto all’ora del passeggio. Non se ne pente, la strada insegna tanto. Sua madre diceva che era uno zingaro, sempre pronto a partire. E’ un girovago curioso a cui piace vivere con piacere, e tra i piaceri poteva mancare il vino? Degustatore seriale, come si dice adesso, ha prestato il suo palato a quasi tutte le guide in circolazione, per divertimento e per vanità. Editor del magazine Winesurf di Carlo Macchi che lo ha voluto con sé dall’inizio di questa bellissima avventura che gli permette di partire ancora. Da qualche anno direttore editoriale della Guida Prosit dell’ONAV.


“Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno nella tua vita.”(Confucio)
Scegliere il proprio lavoro è un privilegio. Avventurarsi in questo singolare mondo del vino e farne una seria professione è stata una tua scelta? Come ci sei arrivato? 
Come molti della mia generazione che si occupano di vino, tutto inizia negli 1987-88 con Arcigola, oggi Slow Food, una vera scuola non solo per quello che riguarda il vino, ma per una visione complessiva del mondo agroalimentare. Per vivere ho svolto diversi lavori, occuparmi di vino e di cibo è stato per molti anni solo un hobby, ma questo non mi ha impedito, credo, di farlo in modo serio, anzi mi ha permesso di esprimermi molto più liberamente, senza condizionamenti. Dopo quando le condizioni me lo hanno permesso ho dedicato tutto il mio tempo al vino. 


“Il nostro genio è per l’1% talento e per il 99% duro lavoro.” (Albert Einstain) 
Quanto genio e quanto duro lavoro hai riservato a questo lavoro di degustatore seriale? 
Non c’è nessun genio, almeno io non ne conosco. Conosco invece gente che ha tanta passione e che ha unito questa passione ad un continuo studio e costante ricerca. Chiunque pensi che il mondo dell’assaggio dei vini si esaurisca nella semplice degustazione ha una visione superficiale e distorta. L’assaggio è solo una parte del tutto che invece comprende in primis la conoscenza del territorio, inteso come un insieme di fattori geografici, geologici, storici ed umani. Quanto al duro lavoro ve ne sono tanti altri che merierebbero questo aggettivo, l’assaggio non è tra questi. Come spesso sento dire è meglio che lavorare in miniera. 


“Nulla è più complicato della sincerità.” (Pirandello) 
Da tanti anni sei un protagonista del mondo del vino. Sei l’unico esperto e relatore che abbia mai visto e sentito discutere sulla qualità del vino di un produttore in occasione di un incontro pubblico tra produttore-consumatori- appassionati. Quanto paga essere sinceri oggi? È solo un privilegio delle grandi firme come la tua? 
Non mi sono mai considerato un protagonista. Mi piace considerarmi un peon. I peones sono tutti gli assaggiatori che appaiono nelle guide come semplici collaboratori, ma senza di cui le guide non si realizzerebbero. Sono quelli che non occupano le prime pagine, che hanno pochi onori ma molti oneri. Sono l’ossatura di qualsiasi opera editoriale. Io sono stato per anni uno di loro e mi considero anche adesso un peon, forse con qualche anno in più di esperienza, ma sempre peon resto. Quanto alla sincerità, che tradotto nel mondo del vino vuol dire esercitare un diritto di critica, è la conseguenza di una visione che ha come referente il consumatore-lettore e non il produttore. Molte delle recensioni dei vini in circolazione in Italia, guide e top ten comprese, sono fatte più per ingraziarsi il produttore anziché rendere un servizio al lettore ed è la conseguenza dei tempi che viviamo. È un discorso complesso su cui si dibatte continuamente. Diciamo che personalmente ho perso molte occasioni per stare zitto e le ho pagate e continuo a pagarle ancora adesso e non credo di essere però il solo. 


“Abbiamo tutti bisogno di un passato: ecco da dove viene il nostro senso di identità.” (P. Lively) 
La parola dell’anno e in quelli a venire per la produzione del vino è identità. Nelle tue recensioni non è mai mancata la parte dedicata al racconto del territorio per poi passare alla degustazione tecnica. È dunque la vera scoperta del secolo? 
Non mi è mai piaciuto raccontare le aziende se non eccezionalmente, è facile scadere nella promozione, siamo in quelle zone grigie in cui è difficile tracciare un confine, meglio parlare dei loro vini, dove il giudizio è generalmente più obiettivo o per lo meno dovrebbe esserlo, se si esercita un minimo di critica. Quanto all’identità non sempre è possibile tracciarla, più facile per i vini che hanno uno storico, molto più difficile per quelli che hanno una storia più recente, dove il vitigno è spesso affidato più al brand aziendale che alla sua riconoscibilità e quindi anche alla sua identità. Questo rende spesso il concetto di identità molto elastico che ognuno plasma a suo uso e consumo. Senz’altro credo che il futuro di alcune denominazioni siano sempre più legato alla loro espressione territoriale, ma che cosa sia in alcune realtà è tutto da definire. 


"Festina lente" (Augusto)
 Lo slow jornalism si contrappone alla notizia specie dei social mordi e fuggi e sembra essere la nuova tendenza della comunicazione. Che ne pensi a riguardo? C’è più bisogno di rallentare o di continuare correre? 
Appartengo ad una generazione che non ha molta dimestichezza con i social, faccio fatica a volte a comprenderne l’essenza e invidio molto chi ha saputo adeguarsi interpretando i tempi. Quello che scrisse Umberto Eco, anni addietro, mi piacque molto: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Si trattava ovviamente di una voluta provocazione e generalizzazione. Oggi sarei meno drastico, ci sono molte persone, per restare nel nostro campo, serie e preparate che utilizzano questo modo di comunicazione e di informazione. Il problema, secondo me, non è il mezzo, ma chi vi scrive, della sua credibilità ed affidabilità. Verificare le fonti come sempre resta fondamentale oggi più di ieri. Rallentare o correre è un falso problema. 


“Nunc est bibendum” (Orazio) 
È veramente sempre ora di bere? Alla luce del documento dell’OMS che compara la tossicità dell’alcol alle sigarette, e con la prospettiva di ridurne drasticamente i consumi, che ne pensi di questo provvedimento e come dovrebbero agire i produttori? 
Diciamo chiaramente che l’alcool sotto qualsiasi forma è una sostanza tossica. Detto questo però farei una distinzione non mettendo sullo stesso piano il vino e i superalcolici. È ingiusto anche storicamente. Di sicuro l’abuso è dannoso, come con qualsiasi sostanza, occorre da questo punto di vista che le associazioni che si occupano di divulgazione e formazione siano più attente a questo problema, promuovendo un consumo più consapevole. È un approccio certamente meno facile, specie nei confronti dei più giovani, generazionalmente più portati a trasgredire. Certo bere meno ma bere meglio è sicuramente un primo passo. 


“Molti studiano come allungare la vita quando invece bisognerebbe allargarla.” (Luciano De Crescenzo) 
Questa citazione è una delle tue preferite. Come riempi e dunque allarghi la tua vita? 
In verità era una citazione di Peppino Colamonaco, il mio amico di Altamura scomparso qualche anno fa, che in un determinato periodo ha rappresentato l’anima più edonistica del movimento Arcigola. Era una semplice battuta che strappava sorrisi, ma sintetizzava benissimo una visione della vita che ho sempre condiviso. Larga è quando non si è stretti nelle proprie convinzioni credendole sempre e comunque giuste. Larga è quando vivi la vita ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma augurandoti che non lo sia perché tieni alla vita e ti piace viverla. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.”(Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
Risposta difficile. Più vini assaggi e meno certezze hai, Questo però non vuol dire che non si conservino eccellenti ricordi, ma più che di bottiglie preferisco parlare di vitigni. A costo di essere banale o scontato metterei nell’ordine: Pinot Nero, Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico. Per i bianchi ci metto tutta l’anima sudista con Fiano e Greco. Tra i ricordi più belli una degustazione di Clos de Vougeot, organizzata da Guglielmo Bellelli: memorabile! 


“Viaggiare è un atto di umiltà. Chi è convinto di sapere tutto preferisce non muoversi da casa.” (B. Severgnini)
Tua madre diceva che sei uno zingaro sempre pronto a partire. Quale sarà il tuo prossimo viaggio? 
Quando sono fuori non vedo l’ora di rientrare a casa, poi quando sono a casa da qualche giorno non vedo il momento di affrontare un altro viaggio. Lo so è contraddittorio, ma sono sempre stato così. Da piccolo mentre i miei coetanei sognavano il loro futuro immaginandosi professionisti o sportivi di successo, io desideravo fare il camionista. Poi crescendo, dopo qualche esperienza, mi sono reso conto che non era per me, ma la voglia di viaggiare, di vedere e conoscere luoghi e persone mi è rimasta. Il vino è il suo mondo è anche questo per me, luoghi, persone e realtà che altrimenti non avrei potuto conoscere e a volte frequentare. Il mio prossimo viaggio? Se per viaggio si intende qualcosa che assomigli ai viaggi di Chatwin o Kerouac, che in gioventù ho cercato di imitare, non ho più nessuna velleità. Posso invece concedermi dei viaggi da turista curioso. Ti racconto un episodio: a metà degli anni ’80 attraversando le Ande in Perù con una scassatissima Lada, ci trovammo ad un bivio, da una parte si proseguiva per l’Amazzonia, dove eravamo diretti e dall’altra in poche ore avremmo potuto raggiungere il Machu Picchu, decidemmo di proseguire. "Quello lo vedremo da pensionati" mi suona ancora nelle orecchie. Forse è arrivato quel momento. C’è un tempo per tutto. 


“La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta.” (Abraham Lincoln) 
Dove pensi di essere tra cinque anni? Hai progetti e propositi nuovi da realizzare? 
Cinque anni sono tanti per chi come me ne ha compiuto 75. I miei progetti sono per forza di cose più a breve termine. Mio suocero Antonio quando gli chiedevano: Come va? rispondeva: Ce ne veniamo campando, che come vedi è in linea con la vita larga. Questo però non vuol dire che non ho progetti, vuol solo dire che penso solo a quelli che realisticamente si possono realizzare in un lasso di tempo più breve. Mi piacerebbe che qualcuno in questi anni approfittasse di me, ma non è facile. Quindi tra cinque anni, essendo ottimisti, mi rivedo ancora qua ad assaggiare e scrivere di vino. 


Non tutti sanno che…
Oltre che di vino in passato mi sono occupato di olio, una passione a cui purtroppo non ho dato continuità, ma mi piace ancora.










Wine Writers: Maurizio Valeriani, il big director con il vino nella testa e la Sardegna nel cuore



Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 


Maurizio Valeriani è un giornalista enogastronomico, una laurea cum laude in Economia e Commercio all'Università La Sapienza di Roma, giudice del Concorso Mondiale di Bruxelles e giudice del Concorso Mondiale del Sauvignon, docente F.I.S.A.R. Ha una storia che comprende collaborazioni con Guide di settore. Per citare solo le ultime: Slow Wine (Responsabile per la Sardegna edizioni 2015 e 2016), I Vini de L'Espresso (vice-curatore e coordinatore nazionale edizioni 2017 e 2018), I Ristoranti d'Italia de L'Espresso (edizioni dalla 2010 alla 2018) ed i Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso (edizione 2023). Ha collaborato con le testate: www.lucianopignataro.it, www.repubblica.it/sapori ed Epulae. Ha scritto alcuni articoli sul quotidiano Il Mattino e su www.slowine.it. Ha una passione sfrenata per quel piccolo continente che prende il nome di Sardegna, per le sue terre e per la sua gente. Dirige il magazine Vinodabere da 5 anni. 



 "In fin dei conti il lavoro è ancora il mezzo migliore di far passare la vita." (Gustave Flaubert) 
Dalla tua laurea in economia e commercio al mondo del vino. Come ci sei arrivato? Quanto ti appassiona questo lavoro? 
Due cose apparentemente scollegate ma in realtà il mondo del vino (e quello più in generale dell’enogastronomia) è servito in un primo momento da rifugio dal mondo dei numeri. Poi gradualmente ha riempito le mie giornate fino a rappresentare per me, ormai da tanto tempo, una professione che svolgo con la passione e l’entusiasmo ancora degli inizi, nonostante aver ben chiaro che anche questo ambiente è uno spaccato della società, con gli stessi problemi, con gli stessi pregi e difetti di altri ambiti. 


“La concretezza è spesso silenziosa, non ha bisogno di inutili parole.” (F. Caramagna) 
Ti conosco come un uomo concreto, attivo e pieno di iniziative. Un carattere che hai ereditato o lo hai costruito con l’esperienza? 
Penso di averlo ereditato un po’ da mio padre, anche se a me basterebbe essere anche solo un quarto di quello che è stato lui (per me esempio inarrivabile di intraprendenza, abnegazione e dedizione al lavoro e alla famiglia). Poi sicuramente anche l’esperienza aiuta. Ho sempre pensato che più fai e più hai voglia di fare. 


"Et però credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni." (Leonardo Da Vinci
C’è un luogo magico nella tua vita che si chiama Sardegna. È proprio lì che si trovano homini felici e vini buoni? 
Sì è esatto, c’è qualcuno che soffre di mal d’Africa, io soffro del mal di Sardegna, e cambio umore ed inizio a perdere la dimensione del tempo ogni volta che scendo dal traghetto, metto i piedi sull’Isola e respiro quell’aria fatta di macchia mediterranea e di tanti profumi, che cambiano durante la giornata. Terra di persone fantastiche, legate alle origini ed alle tradizioni, di diffidenza che si trasforma poi in grande ospitalità. I vini, poi, hanno raggiunto vette qualitative incredibili, ottenuti nella stragrande maggioranza dei casi nel rispetto del territorio e della natura. 


“Nulla è più complicato della sincerità.” (Pirandello) 
La sincerità nel tuo lavoro di giornalista è necessaria. Il confine tra pubblicità e notizia è sempre percettibile? Come si gestiscono gli sponsor in un magazine di vino? È vero che, per questa difficoltà, non esiste un giornalismo del vino? 
Iniziamo dall’ultima domanda. Fortunatamente il giornalismo del vino esiste eccome, nonostante alcune recenti polemiche che però spesso nascono da particolari pulpiti. Si fa molta confusione tra testate giornalistiche registrate (qual è Vinodabere, da me diretta) e blog. Credo in ogni caso che anche su questo punto si misuri l’autorevolezza di una testata giornalistica. I lettori non sono affatto stupidi e sanno comprendere il confine tra recensione e marchetta ed alla lunga la professionalità premia. 


"L’unico rimpianto della mia vita è di non avere bevuto abbastanza vino." (Hemingway) 
Il tuo lavoro è fatto per lo più di viaggi, concorsi, degustazioni e assaggi. La tua esperienza in campo è vastissima. Il mondo della produzione del vino è cambiato in questi ultimi anni? E la acclamata identità oggi è un valore aggiunto o prioritario? 
Direi che, almeno in Italia, è cambiato il gusto e di conseguenza lo stile di produzione, che ricerca sempre più vini eleganti e di facile bevibilità, talvolta a scapito di struttura e complessità. Mi auguro che l’identità e la territorialità diventino sempre più (ed in parte è già avvenuto) parole concrete e non di propaganda. 


“Crisi significa semplicemente che devi scegliere: non hai più scuse per rimandare o arrabattarti nel tuo mondo.” (F. Caramagna) 
La crisi è mondiale. Forniture di vetro a rischio, fonti energetiche rincarate, conflitto bellico alle porte. In questo quadro infelice cosa non dobbiamo più rimandare e come si tutela il mondo del vino? 
Non faccio il politico e non ho ricette da suggerire pur essendo un attento osservatore dei fenomeni in atto. 


“Il segreto per essere un buon viaggiatore è amare un posto prima di arrivarci”. (F. Caramagna) 
C’è un viaggio o una vacanza che non dimenticherai mai? 
Andalusia nel 2002, un fantastico giro nella parte più a sud dell’Europa Continentale con una luce d’Africa (data la vicinanza), le splendide città di Granada e Cordoba e gli straordinari vini ossidativi di Jerez. 


“Quelli che rinunciano sono più numerosi di quelli che falliscono.” (Henry Ford) 
A cosa non potresti mai rinunciare? 
Alla mia libertà ed indipendenza di giudizio, ma anche alla scoperta di nuove realtà nel mondo del vino. Pur assaggiando più di diecimila vini l’anno ho sempre da imparare ed il fatto di non esaurire mai la conoscenza di questa materia è forse proprio il motivo del suo grande fascino. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
Pur avendo un’incredibile passione per il mondo del vino sono dell’idea che questa materia debba essere trattata in maniera semplice con la finalità di godere appieno del liquido che abbiamo dentro il calice. Parliamo sì di cultura, ma di cultura materiale, perciò associarla ad una filosofia di vita per me è decisamente troppo. 


“La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!” (Tom Hanks in Forrest Gump) 
Qual è la cosa migliore che ti potrebbe capitare ora o in futuro? 
Si chiudono porte e si aprono portoni, spesso le cose migliori arrivano da situazioni che non ti aspetti o comunque da individui a cui non pensi. Sarei felice se tutte le persone (per molte già sta accadendo) che hanno contribuito al successo di Vinodabere siano conosciute ed apprezzate per la professionalità con cui operano nel mondo del vino. 


Non tutti sanno che… 
Sono un inguaribile rompiscatole.








Wine Writers: Mario Crosta e il suo manifesto del vino


Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 

Mario Crosta annovera tra le sue esperienze: la rivista specializzata polacca Rynki Alkoholowe, alcuni portali come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl. Inoltre enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, lavinium.it, ditestaedigola.com e altri magazine di settore. 



“La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi” scriveva Hermann Hesse 
Ci racconti chi è Mario Crosta? Cosa ti piace di te e cosa cambieresti. 
Sono l’erede di industriosi imprenditori meccanici. Mio nonno, di cui porto il nome e il cognome, mi mandava d’estate in fabbrica a lavorare per imparare a fare l’operaio, il disegnatore, il tecnico meccanico perché un bel giorno mi succedesse lo stabilimento di famiglia. Dal mondo imprenditoriale a quello comunista il passo è stato breve. A soli 17 anni ero impegnato attivamente negli scioperi a scuola, nei picchetti all’alba nelle fabbriche, nei comitati operai-studenti e nella rivoluzione socialista. Nel corso degli anni poi ho girato il mondo in diverse fabbriche e cantieri, dalla gavetta fino all’assicurazione e al controllo di qualità e infine alla direzione tecnica in campo. Adesso che ho 70 anni e sono in pensione pago con una serie di acciacchi l’entusiasmo che ci ho messo in una vita vissuta intensamente, ma rifarei tutto alla stessa maniera. Non cambierei nulla. Forse soltanto un po’ il caratteraccio che ho, ma dicono che sono un fico d’India, spinosissimo fuori e tutto zucchero dentro, quindi lo lascio com’è. 

“Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono dei ripari ed altri costruiscono dei mulini a vento” cita un proverbio cinese. 
Hai cambiato pelle più volte nella vita, ma sei riuscito a realizzare i tuoi sogni (di bambino)? 
Da bambino e anche adesso faccio tanti di sogni e tutti fantastici. Non ho mai avuto un particolare sogno da realizzare. La mia vita è accaduta così, senza sognare. Ma ogni cambiamento è stata una chance.

“Vinum Vita Est” - Nel vino è la vita sosteneva Petronio Arbitro 
Il vino è la tua vita o un modo per uscire dalla tua vita? 
Viaggiare, bere, scrivere di vino è sicuramente la mia vita. Vi racconto un episodio curioso. Nel lontano 1994 un’influenza senza febbre (con cui ho lavorato senza limiti né soste e assumendo troppe aspirine) procurò una cardiomiopatia dilatativa, motivo per cui mi iscrissero al registro dei trapianti urgenti di cuore anche se, allora, la mia coronarografia stupì medici e professori per la stato di integrità delle mie coronarie (grazie al buon vino mi disse il professore). Alla fine, dopo mesi di attesa per il trapianto, in cui ho continuato a bere poco ma bene, i medici avevano davanti ai loro occhi quello che chiamano il paradosso francese: bere poco e bene fortifica e così, al dunque, ho evitato quella complicata operazione. 

“I veri intenditori non bevono vino: degustano segreti” diceva Salvador Dalí 
Tu quali segreti hai da svelarci oggi? 
I miei segreti li racconto tutti nei miei articoli, descrivendo i luoghi, le persone, le cantine, le tenute, i vini e raccontando esattamente quello che vedo, che sento, che faccio. C’è chi lo fa per giudicare i vini o i produttori e questo mi fa infuriare. Io rispetto l’impegno di tutti i viticoltori che ogni giorno faticano in vigna e soffrono di preoccupazioni per le malattie delle piante, la siccità dei terreni, i debiti da pagare anche nelle annate avverse per poter assicurare di mettere in commercio la loro produzione. Non sottovaluto mai il lavoro del contadino, del vignaiolo, del bracciante, del trattorista, del cantiniere, di tutti quelli che quando gli altri sono in ferie o in festa, saltano le domeniche e vanno a lavorare anche quando sono malati, con pioggia e vento. E c’è chi si permette di giudicare il lavoro di queste famiglie che è il frutto di grandi sacrifici. 

Dire pane al pane e vino al vino” cita un famoso proverbio. 
Quanta verità c’è in quello che scrive Mario? 
Tutta quella di cui sono capace. Faccio molte ricerche, per esempio, per verificare se quello che mi raccontano o che mi fanno leggere corrisponde al vero e non è invece una invenzione del marketing o dei manager delle comunicazioni (per chi se li può permettere) Talvolta scopro delle mezze verità o addirittura delle infondatezze così gravi da interrompere i rapporti di comunicazione con i produttori stessi. La vera verità? C’è dell’omertà nel mondo mediatico del vino in cambio di privilegi, di bottiglie nel bagagliaio, di pranzi, di cene, di alloggi stellati e qualche volta anche di bustarelle. 

"Bevo per rendere gli altri interessanti" dichiarava il critico G.J. Nathan 
Siamo dunque circondati dalla noia? 
Nel mondo del vino: no. Ma quale noia? Soltanto in Italia, secondo il censimento agricolo dell’Istat del 2020, ci sono 255.000 aziende del vino (erano 791.000 nel 2000). Le cosiddette guide specializzate nell’assegnare riconoscimenti ogni anno ne elencano soltanto poche centinaia ma ce ne sono migliaia che non vengono citate. Non c’è da annoiarsi. Ogni azienda è un piccolo universo, un laboratorio di idee, di sperimentazioni, di successi e insuccessi al punto tale che chi le visita e cammina le vigne insieme con chi cura le piante di vite e fa il vino non si annoia affatto. Certo è che se si frequentano soltanto i salotti delle aziende più grandi, più note, più osannate e più sotto le luci della ribalta ci si merita la noia di quel piccolo mondo ristretto a pochi elementi che sono sempre gli stessi (per un buon 90%) che se la suonano e se la cantano fra loro. 

“Io scrivo bene di te e tu scrivi bene di me”. Non ci crederete, ma nelle recensioni alla fine funziona così” afferma F. Caramagna 
Pensi che per quel che riguarda il mondo del vino ci sia perbenismo e falsità?
A mio parere ci sono due mondi del vino. Nel mio mondo del vino c’è la stragrande maggioranza di produttori. Nell’altro c’è quella piccola percentuale dei podiati, trebicchierati, pentastellati di cui parla e scrive una ristretta cerchia di giornalisti, pubblicisti e blogger e in questo mondo degli intoccabili non so se c’è perbenismo e falsità. L’omertà sì. Perciò dopo un primo entusiasmo a partire dal 1980 fino al MiWine di Milano del 2004 non l’ho più voluto frequentare. Proprio al MiWine l’amico Angelo Gaja mi fece entrare, con il mio collega di Collegium Vini di Cracovia, alla presentazione dei vini dei dieci maggiori brand italiani (mentre una folla di giornalisti restava fuori nonostante gli accrediti), ma quando ho visto le telecamere della RAI intervistare personaggi che ne approfittavano per pavoneggiare la propria presenza all’evento me ne sono andato prima della fine della serata lasciando il posto vuoto in seconda fila. È stato l’ultimo evento a cui ho partecipato e negli anni a venire ho sempre delegato altri. Invece nel mio mondo del vino, quello che ritengo il più vero, ci sguazzo come un pesce nel mare. È entusiasmante, sperimentale, nuovo e posso assicurare che sono rari i produttori falsi e in genere sono proprio quelli che sgomitano per accedere al più presto nell’altro mondo. 

“Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico” sosteneva Molière 
Mario è un uomo fortunato? 
Sì, sono molto fortunato. Ho amici, libri e vino. 
Vino: ne ho e ne ho avuto. Ricordo che avevo sei bottiglie di Sassicaia del 1978. Uno dei più famosi enotecari d’Italia a Milano mi offrì una fortuna per comprarle, poiché il marchese Incisa della Rocchetta e Piero Antinori non ne assegnavano più di 6 per ciascun indirizzo commerciale. Allora erano 2 mesi del mio stipendio da operaio. Non le ho mai vendute e le ho bevute una per volta nel corso di 25 anni. Amici: un buon amico ce l’hanno tutti e si chiama angelo custode. Non si vede, ma c’è. Ne avverto la presenza, quindi sono fortunato. Libri: ho un buon libro, una lettura diversa al giorno per ogni giorno dell’anno. E’ reperibile ovunque anche sul web. È il Vangelo che si usa per le sante Messe quotidiane, un compendio dei quattro vangeli più antichi, trasmessi per via orale per una settantina d’anni, poi trascritti in greco dai quattro apostoli. Ne sono stati scritti anche altri, diffusi nei primi secoli di vita della comunità cristiana, ma sono andati persi o sono stati secretati negli archivi segreti del Vaticano.

“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo” dichiarava il chimico Louis Pasteur 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
La bottiglia di Spanna dei Cinque Castelli del 1947 di Antonio Vallana & Figlio (Bernardo) che ho trovato a 16 anni liberando dal fango la cucina dell’appartamento di una simpatica vecchietta dopo l’alluvione di Vallemosso nel 1968. L’abbiamo pulita e stappata la sera in quattro con un po’ di formaggio e di salame e abbiamo cantato per tutta la notte. 

“L’età è solo un numero. È del tutto irrilevante a meno che, naturalmente, non vi capiti di essere una bottiglia di vino” recitava Joan Collins 
Il tempo scorre inesorabile. Cosa vedi nel tuo futuro? 
La Sardegna. Mi ha fatto da madre nel periodo più duro della mia vita, quando cercavo una ragione per vivere e me l’ha offerta a braccia aperte. Ricordo che un amico un giorno mi disse “Se mi dici un motivo per cui la tua vita è finita io te ne trovo diecimila per dirti che invece è appena cominciata”.

Non tutti sanno che…
Che sono già nonno!


                                          








Colline Teramane, viaggio alla scoperta dell'Abruzzo contemporaneo



La collina è coperta di vigne
e tutto ha un tempo giusto per maturare.
I passi sopra le zolle attraversano felici
l’autunno. (F. C.)


Slow Wine Travel 

Viaggiando verso nord, poche centinaia di chilometri separano la mia Puglia da una delle regioni italiane più vocate alla coltivazione della vite. Territorio unico, ricco di parchi e riserve naturali, borghi incantevoli, paesaggi mozzafiato e meta per ogni tipo di vacanze in ogni stagione dell’anno. Monti, valli, laghi, fiumi, colline e mare blu. Questa meraviglia nazionale (e non esagero credetemi) è l’Abruzzo. Terra di storie, tradizioni, identità e culture dove quella più singolare è dedicata al lavoro in vigna e alla coltivazione di eccellenze enogastronomiche. 
Vino, olio, zafferano, grano, aglio, formaggi, confetti, vin cotto solo alcune delle note produzioni regionali. 
Tra il montano Gran Sasso (forti escursioni termiche giorno notte) e il mediterraneo mare Adriatico (venti e iodio) si disegnano ordinate le colline abruzzesi: microclima ideale per la produzione di uve di alta qualità. L’attitudine alla vigna risale all’età del ferro, in seguito gli etruschi maritavano la vite agli alberi e i romani trovarono in questi luoghi il gran cru per il loro vino Petrunian. Oggi l’uva non è più sovraprodotta (per i tagli) e ci sono angoli di Abruzzo che richiedono attenzione per il riconoscimento più forte di un vino sempre più identitario che parla di territorio e di chi lo abita, che ha saputo costruire nei secoli tradizioni e culture uniche. 





Scrivo Abruzzo dico Montepulciano 

Oltre l’80% dei vini a denominazione prodotti in Abruzzo è da uve Montepulciano. Il legame con la regione è così indiscusso da perdersi nel tempo. Dalle zone montuose più interne, passando per le colline e arrivando al mare, disegna il paesaggio della campagna abruzzese in vigneti curati e ordinati. Il Montepulciano di Abruzzo assume carattere e personalità diverse a seconda delle zone di produzione ma sempre unite da un comune denominatore: piacevolezza, struttura, vigorosità, calore e sempre più spesso eleganza. Non teme il confronto con altri vitigni più nobili assumendo una propria identità territoriale nelle Colline Teramane dove trova un microclima adatto fregiandosi con merito della denominazione: Montepulciano d’Abruzzo Docg Colline Teramane
Il territorio delle hills con le sue quattro vallate (Vibrata- Salinello- Tordino- Vomano) si trova a nord della regione. I suoi confini geografici sono le Marche, il Gran Sasso, i Monti della Laga e il mare Adriatico. Le colline corrono a mano a mano verso il mare foggiando un paesaggio da fiaba e creando il microclima ideale per l’allevamento del Montepulciano: l’anima rossa della regione. 
Quelle più interne hanno per lo più suoli calcareo- argillosi e quelle verso il mare sabbiosi -argillosi, il sistema di allevamento tradizionale è la pergola abruzzese e il suolo, le brezze marine e montane, le escursioni termiche regalano al vino prodotto piacevolezza, eleganza, aromaticità e struttura. 

 




 Le denominazioni dell’Abruzzo Docg: Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, Terre Tollesi o Tullum Doc: Abruzzo, Cerasuolo d’Abruzzo, Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano d’Abruzzo, Controguerra, Ortona, Villamagna, Montepulciano d’Abruzzo sottozone: Alto Tirino, Casauria, Teate, Terre dei Peligni, Terre dei Vestini 





 L'Abruzzo contemporaneo e l'azienda Cerulli-Spinozzi 

La cantina che ci ospita nasce nel 2003 per volontà dei fratelli Vincenzo e Francesco Cerulli Irelli. La tenuta invece è stata realizzata i primi del ‘900 con l’unione dei fondi agricoli della famiglia Cerulli e quella degli Spinozzi. Oggi la guida Enrico, figlio di Vincenzo e attuale presidente del Consorzio “Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane”. La vera ricetta per il suo successo è la semplicità, i gesti fatti a memoria, che si perdono nei secoli, tramandati dai padri dei padri, l’amore per la tenuta storica e i valori saldi della tradizione ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Essere il Presidente del Consorzio per Enrico implica lavoro, impegno e responsabilità ma ha anche il vantaggio di proporre idee nuove, di essere portavoce di un patrimonio unico e di suggerire strategie per la valorizzazione ancora più mirata per un super territorio come quello delle Colline Teramane. 

 “Ed è per questo motivo che non si può prescindere dal Consorzio che è uno strumento di tutela decisivo per il potenziamento, il miglioramento e la divulgazione del vino prodotto in questa singolare parte della regione delle aziende associate. Il nostro Consorzio è pieno di vitalità ed energia già da 20 anni. Molti sono i progetti già in corso tra cui l’anteprima colline teramane, promozione turistica del territorio e altre interessanti iniziative. Ciò che distingue il nostro consorzio è l’attitudine a lavorare insieme e il senso di comunità che abbiamo costruito negli anni. Questa legame identitario così forte, anche per ragioni storiche del territorio, è un valore unico da preservare anche per le generazioni future. Non mancano le nuove idee e proposte anche a livello regionale, come la valutazione della creazione di un Abruzzo intero tutelato da un unico: “Consorzio Vini d’Abruzzo” che racchiuda al suo interno tutte le denominazioni abruzzesi, così da creare un organismo ancora più forte e decisionale che superi problemi tecnici e burocratici che riguardano la promozione del vino stesso (come l’accesso ai benefici che riguardano ora solo alcuni vini tutelati)” così ci racconta Enrico nel corso della visita nella sua cantina. 

L’Abruzzo contemporaneo (tema del nostro viaggio) traduce, in eleganza finezza e aromaticità e fragranza, il Montepulciano d’Abruzzo. Un vino che negli ultimi decenni era più concentrato, meno verticale e, in alcuni casi, con una marcata presenza di legno. Sempre più identitario e riconoscibile, questo vino è figlio del suo tempo infatti anche il clima attuale permette una più accurata maturazione delle uve senza perdere il corredo aromatico di cui beneficiano per le escursioni termiche (siamo a ridosso del più alto Appennino) e la vicina influenza del mare. 

 



 Wine Tasting 

Colli Aprutini Pecorino Igt 2020 - Cortalto vol. 13.50 %
Annata calda, qualità delle uve ottima. 
Giallo paglierino pennellato di oro, fiori gialli, agrumi e accenno di frutta tropicale. Sorso dinamico, fresco e spolverato di sale. 

Colli Aprutini Pecorino Igt 2019 - Cortalto vol. 13.50 %
Si discute sulla somiglianza del Pecorino al Riesling 
Calice luminoso. All’olfatto roccia marina salmastra, cedro e frutta a polpa bianca. Sorso agrumato e sapido. La nota iodata e la morbidezza traducono in piacevolezza il finale di questa annata. 

Colli Aprutini Pecorino Igt 2018 - Cortalto vol. 13.50 %
Equilibrio didattico e andamento stagionale in piena regola 
Giallo dorato luminoso. Ampio ed esplosivo, cesto di agrumi maturi e frutta tropicale. Sorso fresco, iodato con ritorno agrumato e sapido in equilibrio perfetto. Inebriante. 

Colli Aprutini Pecorino Igt 2015 - Cortalto vol. 13.50 %
Vendemmia a settembre inoltrato e l’evoluzione 
Giallo dorato luminoso. Frutta a polpa gialla disidratata, idrocarburi leggeri, spezie. Profilo gustativo elegante. Struttura, corpo e pienezza allungano la chiusura in un finale intrigante. 


Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg 2017 - Torre Migliori - vol. 14.50 % 
Calice rubino pennellato di viola. Frutta fresca, rosa rossa delicata, vaniglia e spezie dolci. Tannino educato, morbido il ritorno di frutta rossa. Chiusura lunga ed elegante su ricordi di macchia mediterranea. 

Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg 2008 - Torre Migliori - vol. 14.00 % 
Rubino intenso e riflessi granati. Frutta rossa in confettura, fiori secchi, vaniglia spezie dolci, cioccolato. Sorso dinamico e sinuoso come le colline d’origine. Allungato e voluminoso su rimandi di frutta dolce. Avvolgente. 

Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg 2004 - Torre Migliori - vol. 13.00 %
Il calice si colora dell’autunno teramano. Gli aromi rimandano ad un terziario elegante e raffinato nonché austero. Nulla da invidiare ai blasonati vini da invecchiamento. Senza perdere l’unicità del vitigno sfoggia sfumature di goudron, cuoio, spezie. Sorso composto, tannino avvolgente. Chiude con stile raccontando il territorio. 



Le strade sinuose e dolci delle Colline Teramane svelano disegni e realtà locali di incredibile incanto e avventura, come il progetto Iuaria della cantina Villa Colle e quello di Podere Francesco con l’esclusivo frutteto. Giovani imprenditori che scelgono di investire il loro futuro nel luogo dove sono nati e che affidano alla terra d’Abruzzo la loro vita e il loro lavoro. 





Cantina Villa Colle 

La cantina, a conduzione famigliare, produce vini con il collarino della certificazione: Parco Nazionale Del Gran Sasso. Siamo a Torricella Sicura in provincia di Teramo ai piedi dell'Appennino. Il loro vino più singolare è il Iuaria da uve Magliocco allevate a 800 metri sml.
Si narra che questo vitigno fu coltivato nel 1011 dalle suore del monastero benedettino di San Giovanni a Scorzoni e serviva per le celebrazioni eucaristiche. In seguito la storia si perde in serpentine vicende ecclesiastiche ma l'enologo aziendale Mauro Scarpone decide di riportare in “gloria” questo antico vitigno abruzzese per farne un vino che racconta la storia del territorio, del recupero, della salvaguardia di un patrimonio storico che diventa, attraverso il vino, un bene di tutti. 
Lo Iuaria è un vino da tavola: rosso rubino, vinoso, profumato di rosa e frutta fresca. Gli aromi sono quelli di montagna al sorso ritorna frutta e tannino leggero. La produzione dei bianchi e rosati è sorprendentemente profumata di montagna e bosco. La freschezza non manca. Una chicca enologica di poche bottiglie tutte numerate che mette curiosità e brio. 
Altri vitigni antichi coltivati e imbottigliati sono: Montonico, Cacciuno, Santo Marino, Frappato, Malvasia Rossa, Rosciola 




Non solo vino. Podere Francesco, ispirati dalla natura 

Siamo sulle colline di Mosciano Sant’Angelo in Abruzzo. 50 ettari di frutteti e 13 di orto Il fondo, sito su un declivio che evita naturalmente i ristagni d’acqua, è favorito da un clima ideale e dall’influenza del mare. Impianto a goccia per l’irrigazione, un laboratorio di cottura sottovuoto per tutta la produzione e tanti progetti per il futuro. Bruno, Clemente, Simone e Manuel si occupano della gestione aziendale con una passione che dura da generazioni. 
La cura della pianta in ogni fase di lavorazione è fondamentale come l’attesa per la giusta maturazione per raggiungere il risultato di un prodotto esclusivo e territoriale. Rispetto della natura, stagionalità e raccolta selezionata di frutta e verdura di alta qualità è il loro must. 
I prodotti del podere vanno dalla passata di pomodoro (3 varietà) alla frutta e verdura fresche, ai succhi, confetture e conserve (giardiniera). Non mancano ricerca, analisi e collaborazioni con bartender e chef stellati per preparazioni come l’acqua di pomodoro, aceto di mele o l’uso delle susine locali al posto dell’esotico lime nei cocktail. 


 Il racconto delle colline prosegue verso Torano Nuovo e Giulianova

 Azienda Vitivinicola Strappelli 

Siamo a Torano Nuovo: Capitale del Montepulciano d'Abruzzo 
Guido Strappelli lavora qui, in località Villa Torri di Torano Nuovo (Teramo) nei suoi 12 ettari di campo (medio impasto- breccia) allevati a Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino, Passerina e Malvasia nostrana. Tracciamento della filiera, salvaguardia ambientale, sostenibilità, alta qualità di produzione sono i requisiti indispensabili di questa azienda del vino. 
Le sue linee sono : Strappelli, Torre Trà, Spumanti 





Faraone vini, ogni viaggio ti riporta sempre a casa 

L’azienda produce uva e dagli anni 30 e imbottiglia dal 1970. I viaggi e gli spostamenti in giro per il mondo e ritorno a casa sono stati una costante di questa famiglia del vino. Oggi l’azienda è condotta dai due fratelli Faraone, Federico (stabilmente in Abruzzo) e Alfonso. In sette ettari di vigna, in località Giulianova, sono allevati il Montepulciano, Passerina, Pecorino, Falanghina e Sangiovese. 
Immancabile la produzione di olio extravergine di oliva (Olio Dop Pretuziano delle Colline teramane) da cultivar di Leccino, Dritta, Maurino, Pendolino, Tortiglione 

 



Il viaggio tra le colline di Teramo mi rimanda all’armonia sonora di Ludovico Einaudi nel suo brano Divenire. Le sue note sinuose e morbide sono come le strade teramane e divenire per questo angolo di mondo significa reinventarsi e trasformarsi in un moto senza fine che apre la mente degli uomini che le abitano a nuove strategie e soluzioni per arricchire e migliorare un territorio unico e autentico.





La mia vita è un Beaujolais

 



di Daniel Barbagallo 

Tre notti di sonno discreto mi avevano regalato l’illusione di una sorta di guarigione.

Io e il sonno siamo agli antipodi, facendo i conti della serva, per quasi metà della mia vita sono riuscito a dormire due o tre ore per notte non di più, il resto del tempo lo passo sospeso in quello spazio dove ci potrebbe stare l’ultimo bicchiere della staffa o il primo caffè della giornata, quel luogo abitato da pensieri disordinati e immagini che arrivano senza motivo e preoccupazioni spesso ingiustificate.

Dopo una cena leggera sono rientrato presto. Barolo con le due capriole e mezzo (suo codice) ha gradito un giretto serale extra ed io l’ho accontentato.  Al ritorno ad un’ora lontano dal telefono ed in compagnia di un libro cerco di dormire e crollo.  

Come suddetto, passata mezz’ora puntuale mi sveglio sempre tormentato dai miei pensieri inutili tipo: che fine ha fatto quel contenitore in cui mia mamma travasava il sapone per i piatti?

Non dormo, ormai sono le due del mattino, il cane ronfa, mio figlio è tornato da un po’, in cucina pare abbiano preparato il pasto per duecento alpini, mi accingo a riordinare quando per una frazione di secondo mi cade l’occhio su : Moulin à Vent 2018 - Metras 

Il click nella testa è scattato, decido di aprire la bottiglia e di farmi un calice, dopo tutto è vacanza.

Il Beaujolais è un vino nel quale mi immedesimo molto. L’atmosfera che crea mi ricorda quelle serate in cui incontri gente simpatica e interessante e ci diventi subito amico. 

Il lampone copre tutto come a voler oscurare il resto, ma io non ho fretta e neppure sonno, via via arriva la parte vegetale di corteccia, tamarindo ed una nota di pellame. Il sorso è così delicato che mi convinco sia una sorta di tisana del buon riposo che anche il mio medico approverebbe.

Mi piace Metras, a molti non piace, a me sì.

Mi piace perché sento in questo vino un disordine naturale e scomposto dove ogni elemento va per i fatti suoi. In degustazione a punteggio verrebbe penalizzato, molti troverebbero difetti e altri lo boccerebbero in tronco. 

Ma alla fine tutto torna, semplicemente, perché è il beaujolais è un pò come me.

Sono andato a letto con il lampone dolce in bocca, ho dormito poco ma bene.

Per questa vita non posso più farci niente, nella prossima magari sceglierò un altro vino, magari più nobile, che mi possa somigliare.

 

Yvon Metras - Moulin à Vent 2018
vol. 12,5 %





Vino, abbinamenti e sentimenti

 


 
di Daniel Barbagallo


Sono da sempre restio agli abbinamenti cibo-vino, non so che farci mi annoiano mortalmente, anche perché ho più voglia di bere che di mangiare e quando bevo, le preparazioni complesse mi impediscono di concentrare l’attenzione sul vino.
Mi piace stappare grandi bottiglie ed accompagnarle a grissini, a volte ad affettati ma per me l’abbinamento fondamentale è con le persone e con le occasioni, in pratica mi sento una sorta di sommelier degli stati d’animo. 
Ogni momento ha per me un vino perfetto che accompagna e lo esalta fino a renderlo speciale. 

Lo Champagne ad esempio è il vino giusto per un appuntamento. Va giù che è un piacere mette allegria e prepara il terreno per un piacevole dopocena. Ebbene sì signori, lo champagne è il vino perfetto per fare l’amore o per quelle serate in cui io non ho voglia di pensare a niente, perché lo bevo anche ghiacciato con buona pace dei puristi (e hanno ragione) che consigliano le alte temperature per esaltarne le peculiarità. 

Il Nebbiolo con il suo carattere caldo, forte ed avvolgente è il vino che più di tutti mi ricorda l’amicizia, tanto è vero che il mio cane, un amico esclusivo, l’ho chiamato Barolo. Per le sere in compagnia stappo un vino di langa perché sa esaltare il tempo trascorso insieme ad un amico come nessun altro. Il nebbiolo è per me un fedele compagno di vita. 

Il Bourgogne è il vino per eccellenza per conoscere qualcuno, di tutti i vitigni il Pinot Noir è quello che mi rappresenta di più. Il calice mi regala un senso di libertà rendendo tutto più facile sia l’ascolto che il racconto e le sue infinite sfumature sono un biglietto perfetto per le persone che si stanno conoscendo così come le sue infinite evoluzioni che offrono spunti, paragoni e (perché no) sogni. 

Il Lambrusco che è e rimarrà sempre il mio vino del cuore è quello assoluto per fare festa, ideale per un pomeriggio in fuga da tutto o per una cena con gli amici condita da risate a crepapelle. È un vino che non manca mai, mi ricorda chi sono e che le cose semplici sono le più belle e le più difficili da fare. Le sue bollicine e i suoi profumi mi danno leggerezza e buon umore. Non potrei mai vivere senza questo vino. “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.” diceva un tale Calvino 

Il Bordeaux è il vino perfetto per pensare il futuro e per analizzare il presente, il suo lento incedere e le pause di cui necessita il accompagnano perfettamente i progetti che mai realizzerò e mentre aspetto che si evolva nel bicchiere mi perdo in mille ragionamenti e scambi di idee. Le cose davvero belle non hanno bisogno di fretta. E’ un vino perfetto per trasformare una sera in notte. 

Il Sangiovese è il vino che culla le mie malinconie e con cui mi piace inseguire sia i ricordi che le persone e i momenti che non verranno più ma che meritano ogni tanto di riaffiorare alla memoria. Un vino commovente: le sfumature rugginose che raggiunge con la maturità mi ricordano come ero un tempo e come sono diventato (più dolce in gioventù) e ma ora più compiuto. 


Mentre scrivo questi pensieri sto bevendo un Porto vino che non bevo quasi mai ma noto che con la scrittura si abbina davvero bene.





credits: foto web 



Gravner e la ribolla 2010: l'incanto e l'illusione




di Daniel Barbagallo 


La Solitudine è la più grande illusione dei nostri giorni. 
Diventa quasi impossibile cullarsi in questa realtà, iperconnessi come siamo, arriva sempre un messaggio, una notifica, qualcosa o qualcuno a salvarci o a privarci di questo momento intimo.
Ricordo che uno dei giorni più intensi della mia vita fu su una spiaggia sperduta in un’isola del Pacifico. Niente musica, niente persone, niente telefono, solo il rumore dei miei respiri che si alternavano con il fragore delle onde del mare. Ad un tratto ho sentito forte l'assenza e al vuoto dei miei ricordi. Ho pensato a chi non c’era più, a chi ho deluso a chi mi ha lasciato, a tutto quello che avrei potuto fare e non ho mai fatto, alle mille promesse che sono durate quanto il tempo che impiega la schiuma del mare a dissolversi sulla sabbia. 
Impotente come poche volte, non dovevo dimostrare nulla a nessuno. Così pian piano mi sono rassicurato ed ho realizzato che sono uno tra tanti, magari nulla di speciale e che sono molte, troppe le cose più grandi di me e che a volte si può essere spettatori e non per forza protagonisti. 

Mi è venuta voglia di casa, voglia di vedere le persone che amo, abbracciare mio figlio. Sarei tornato in Italia anche solo per un attimo, oppure li avrei voluti tutti qui con me perché casa alla fine può essere anche "con qualcuno" e non solo quattro mura. 
Questo è quello che mi passa per la mente mentre assaggio questa Ribolla 2010, un vino che bevo solo perché voglio perdermi nel suo frutto, nelle sfumature esotiche, nelle noci di macadamia e nel vento che trasporta salsedine e radici amare. 
La bellezza di questi vini come la Ribolla di Gravner è che somigliano alle persone per i loro tratti comuni ma ogni bottiglia (vivaddio) prende una strada diversa, come fosse fatta su misura per ogni stato d’animo. 
L’attacco in bocca è pieno ma senza grassezze eccessive, ha una bella tensione che cresce di minuto in minuto, in perfetto equilibrio con finale lungo come il volo che mi ha portato sull’isola a Panama e che danza tra sapidità e albicocca disidratata. 
La bellezza del vino è che risveglia ricordi alimenta speranze e fa sognare. D’altronde la magia dei ricordi e che possono far sentire caldo d’inverno e freddo in estate. 
Vino straordinario
Perfetto per arrendersi al fatto che, per quanto lontano, puoi scappare non potrai mai farlo da te stesso.



Ribolla gialla in anfora 2010 - Gravner
Venezia Giulia Igt - vol. 14 %

Sassicaia 2019, nessuna storia è mai perfetta

 


di Daniel Bargagallo

Mirtillo bruciato ed eucalipto è il saluto di Sassicaia 2019, altro esemplare che va nella direzione di un mercato vorace che non vuol far cantina. 
Ricchezza e maturità un po’ esasperate amplificate da una punta di alcol che fa perdere precisone al naso. Voglio bene a questo vino, ne ho amato follemente parecchie versioni ma ho amato follemente anche alcune donne con le quali oggi oltre all’affetto non avrei più nulla da spartire, semplicemente si cambia e non sempre ci si ritrova sulla stessa strada. 
Le profondità degli anni 80, la timidezza che amavo degli anni 90 e il dinamismo dei primi duemila non ci sono, ora c’è “Materia su Materia” accompagnata sempre da una gestione magistrale dei legni ed una grande precisione gustativa. Erbe aromatiche, ciliegia e macchia, poi cacao amaro. 
In bocca esprime il suo carattere con precisione, ha pressione ma si perde un po’ in allungo. 
Vino per il quale occorre un doppio giudizio, credo che sia il Sassicaia perfetto per il pubblico a cui oggi si rivolge, bevuta veloce, selfie e sotto un’altra boccia, vino più buono che intrigante. 
A quelli come me che hanno vissuto e bevuto annate più tormentate rimane solo tanto affetto e niente più. 

"È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati"  (cit. Faber)



Mamoiada, sulla vetta del mondo la vigna, il cielo e l'oro hanno lo stesso valore





A Mamoiada, più di ogni altro luogo, i paesaggi e gli uomini che li abitano si somigliano. Come in una voragine temporale ci si arriva da lontano attraversando secoli di storia. Questa terra ancestrale, propria di diritto, è posseduta da un dio rivoluzionario che nutre l’anima di contadini e poeti di silenzi e di luce.  



Wine Tasting 

Questa interessante degustazione digitale è stata organizzata dall'associazione Mamojà che conta 70 soci viticoltori e ha sede a Mamoiada in Sardegna, uno dei luoghi più magici e singolari d’Italia. 
Il territorio di Mamoiada è senza dubbio oggi una delle nuove frontiere e sfide del vino italiano, dove le condizioni pedoclimatiche per la coltivazione della vite sono perfette. Altitudine, terreno, clima, sistema di allevamento, vigneti secolari e paesaggio sono la base per una produzione di altissimo pregio e qualità tanto da poter richiedere la menzione legislativa di una propria sottozona o (a mio parere) la prestigiosa docg al pari del più famoso Vermentino di Gallura. 



I miei assaggi 


Bruncu Boeli Rosso Cannonau 2019 
Il legame con la terra e la passione per il duro lavoro danno vita a Bruncu Boeli. Allevato appena fuori dal centro di Mamoiada e prodotto da un vigneto ereditato dal padre è il primo vino imbottigliato da Osvaldo Soddu. 
Rubino pieno, intenso e trasparente. La frutta è surmatura quasi in conserva, sottile la vaniglia. Cipria, mandorla fresca, note mentolate e carruba. In questo campione di botte al gusto ritorna dominante la frutta rossa in confettura e la carruba tanto da sembrare volutamente prodotto in stile ossidativo. Si completa con una decisa freschezza. Chiude morbido e amaricante. 
L’ulteriore sosta in botti di castagno e in seguito l’affinamento in bottiglia regalerà il giusto equilibrio che il vino merita. 


Cantina Merzeoro: Rosso Cannonau di Sardegna 2019 
Melchiorre Paddeu vive a Mamoiada tra rocce e natura. Il progetto della realizzazione di un agriturismo ha contribuito a saldare il legame con la sua terra permettendogli di completare l’attività con il lavoro di vignaiolo su terreni ereditati dalla famiglia. 
Il suo rosso cannonau 2019, che sarà in commercio tra pochi mesi, ha un rubino seducente, luminoso e vivace. L’amarena e la frutta surmatura sono immediate. A seguire, anche se leggera, la dolce carruba potrebbe distogliere l’attenzione dalle aromatiche erbe mediterranee tra cui spicca prima di tutto il rosmarino poi il mirto e alloro. Al gusto fresco e leggermente sapido segue un tannino presente ma ben adattato. La sua morbidezza alcolica ne fa un vino in via di equilibrio e territoriale. 
Aspettando l’imbottigliamento finale suggerirei una particolare attenzione alla qualità del tappo di sughero.  


S'ena manna: Cannonau di Sardegna Doc Rosato 2019 
Raccolta manuale, fermentazioni spontanee, vinificazione secondo tradizione da tre generazioni. Giovanni Ladu è il giovane viticoltore che "cresce con le proprie viti". Il suo rosato è il frutto del lavoro e dello studio dei padri dei padri tra i filari delle sue vigne. 
Luminosa è nel calice l’insolita nuance tra fiore di pesco e sfumature ramate. Il vino rotea compatto e mi intriga. Riconosco immediata la fragranza di un cesto di frutta estiva appena raccolta e delle fragole. La sosta nel bicchiere e un grado in più regala una fresca nota erbacea e più in là un tocco di cipria. Gusto immensamente sapido, pieno e morbido mentre l’escursione termica tra giorno e notte crea armonia tra la forza e l'eleganza di questo rosato. Sento il vento tra i filari e profumo di mirto. Le isole sono magiche. 


Cantina Gaia: Rosso Cannonau Riserva 2017 
La riserva di cannonau 2017 di Piergiorgio Gaia è allevata ad alberello ad una altezza di 650 m slm. La vigna ha 70 anni e li dimostra tutti orgogliosamente: il suo rosso cannonau è limpido e trasparente, la sua amarena sotto spirito e i leggeri sentori di china e di erbe officinali lasciano spazio al cioccolato alla menta, tabacco dolce e leggere spezie vanigliate. Al gusto il ritorno fruttato incontra il tannino presente e deciso equilibrato dai suoi 15.5 gradi alcolici. Il sorso lungo e fresco chiude elegante e territoriale questa singolare riserva. 


Montisci – Vitzizzai: Istimau rosso 2019 Cannonau di Sardegna
Sostenibiltà e amore per il territorio sono i must di questa famiglia del vino. Raccolta manuale e fermentazioni spontanee seguono la produzione di questo rosso cannonau base.
Porpora vivace luminosa e trasparente, quasi un chiaretto, ventaglio di resina, frutta rossa, erbe mediterranee, nota vegetale e sottofondo boisè. Al gusto vino-fragola, leggero petillant, tannino deciso ma mitigato dalla morbidezza zuccherina e alcolica. La sua acidità è spinta e il suo finale amaricante. 
Un vino da affinare e con un futuro a sorpresa.


Vike Vike: Rosso Cannonau di Sardegna 2019 
Di padre in figlio 
Crescere tra i filari di una vigna, imparare a riconoscere la terra dei padri strofinata tra le mani, respirare la montagna e camminare il mondo prima di tornare a casa. È questo che il giovane vignaiolo Simone Sedilesu ha deciso per sé e per il suo futuro: coltivare la terra di Mamoiada e fare vino secondo tradizione. 
Rosso rubino trasparente vestito di viole. Immediata sale la ciliegia sotto spirito seguita dalle erbe mediterranee e officinali. Apre adagio alle spezie leggere e al rabarbaro mentre il pepe si stende deciso tra gli aromi. Al gusto fresco e alcolico succede un tannino esuberante e scontroso. Chiude tra pepe nero e note fruttate. L’ulteriore tempo di affinamento in bottiglia è sicuramente decisivo per l’equilibrio e l’armonia di questo rosso cannonau. 


Andrea Cosseddu: Rosso Cannonau 2019 
Una promessa vestita di rosso 
Spillato da una botte di rovere di 500 lt, la giovane promessa di Andrea Cosseddu si veste di rosso rubino trasparente. Le sfumature violacee svelano il tempo della vendemmia appena passata. Già a bicchiere fermo la ciliegia e la frutta rossa aprono a note aromatiche nette ed eleganti. Il legno misurato cede leggera la vaniglia incipriata e le erbe mediterranee lasciano il passo al delicato balsamico. Al gusto decisa è la sapidità rocciosa, delicato il ritorno di frutta rossa mentre il tannino levigato si distende in una nota finale amaricante. 
Il futuro di questo vino è per Andrea una singolare scommessa sul territorio. 


Cantina Francesco Cadinu: Mattio Bianco 2019 
La granatza che illumina di oro il calice è figlia di vecchi alberelli dalla resa bassissima tutti provenienti da selezionate parcelle di antichi vigneti di proprietà della famiglia Cadinu.
Allevati a 700 metri slm i grappoli del Mattìo regalano eleganza e finezza svelando sottovoce la delicata marmellata di mandarino e bergamotto. Nuvole di cipria intrecciano note mentolate di euclipto e di erbe mediterranee mentre al gusto fresco e lunghissimo chiude un fine aroma di distillato di cognac. 
Se al Mattìo manca ancora l’affinamento in bottiglia quale sarà il futuro di questo “campione” di botte? 
Temperatura di servizio: non meno di 10 - 12 °C 


Perdas Longas: Rosso Cannonau di Sardegna 2019 
Francesco Cadinu alleva ad alberello una vigna di 70 anni posta a 700 m slm. La resa bassissima, la vendemmia ad ottobre e la sosta di 14 mesi in legni di castagno gli permette di produrre un vino robusto di un rubino intenso e cristallino. Appena nel bicchiere gli aromi faticano a salire ma l’attesa è una sorpresa. Frutta rossa e pot pourri seguiti da spezie, pepe bianco e chiodi di garofano. Fondo persistente di cuoio e cioccolato al latte. Gusto zuccherino, morbido e alcolico. Ritorna la frutta e un agrume di arancia sanguinella. Chiude lungo un tannino deciso ma ben integrato.






Chi non è mai stato in Sardegna e a Mamoiada può solo immaginare di camminare luoghi incantati e surreali e ricordare che le migliori sorprese si nascondono nei piccoli angoli di mondo come questa grandiosa meraviglia di paradiso in terra. 



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