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Wine Writers: Nella Stanza di Michelangelo Tagliente storie di vino, di persone, di luoghi


Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 

Michelangelo Tagliente nasce nel 1967 in Puglia, per la precisione a Massafra in provincia di Taranto, detta anche la Tebaide d’Italia. Qui Pasolini, nel 1964, tra le vie di tufo, ambientò la Cafàrnao de Il Vangelo secondo Matteo. All’età di un anno si trasferisce con la famiglia a Pordenone dove abita fino al 1998 prima di traslocare nel Veneto orientale, lungo il fiume Lemene. Giornalista pubblicista, iscritto alla FIJEV ( Federation of Wine and Spirits Journalists and Writers). Sommelier AIS, oltre ad essere il direttore e l’editore de La stanza del vino, online dal 2010, collabora con la rivista James Magazine e con il mensile di cibo e cultura Taste of Passion. Ha collaborato con la guida Slow Wine. 


“Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada.” (Lord A. Tennyson) 

Qual è la strada che ti ha portato in questo singolare mondo del vino? 

Al vino ci arrivo per innamoramento. Fino al 2002 il vino non rientrava nel mio paniere, ero un consumatore assolutamente distratto e occasionale, poi un giorno in edicola vengo attratto da un libricino I migliori vini d’Italia – Piemonte . È il primo numero di una collana Hobby & Work ed è pubblicato in collaborazione con Veronelli Editore. Rimango letteralmente folgorato dall’editoriale di Luigi Veronelli che ad un certo punto scrive: …il vino doveva essere un alimento assai più che un piacere. I giovani, invece, vogliono vini buoni, complessi, addirittura problematici con cui dialogare. Ma come, possono esistere vini complessi? Addirittura problematici, con cui dialogare? Salto sulla sedia, devo capirne assolutamente di più. Divento un lettore onnivoro del Gambero Rosso, Civiltà del Bere, il Mio Vino, naturalmente completo la raccolta dei 30 numeri de I migliori vini d’Italia, si spalancano le porte di un mondo che mi cattura. Decido così di partecipare ad una degustazione nel posto dove abito. Il programma propone i vini di due cantine, una del Collio, La Castellada e una dei Colli orientali, Dorigo, abbinati ai formaggi scelti da un certo Alberto Marcomini. Vado fiducioso, non so ancora che sto per entrare nell’Eden. Impazzisco per il Bianco de La Castellada, mi cambia letteralmente la prospettiva, poi scopro che Alberto Marcomini è uno dei più grandi esperti di formaggi in Italia e mi si apre un mondo anche in quell’ambito, la notte faccio fatica a dormire, sarà per me il famoso punto di non ritorno, dopo quel giorno nulla sarà più come prima. Il resto viene da sé, dopo qualche anno frequento con profitto i 3 livelli AIS, grazie ai quali capisco che il vino è materia infinitamente complessa, alla quale è necessario approcciarsi con grande umiltà e dedizione. Nel 2009, quando Facebook era ancora ad uno stadio quasi embrionale, inizio a pubblicare alcune note di degustazione, poi, nel 2010, in un momento di megalomania, convinto che sarei durato al massimo un mese, decido di aprire il blog La stanza del vino, credo sulla piattaforma Splinder. Qualche anno dopo acquisto il dominio lastanzadelvino.it. Da allora sono passati 13 anni, tempo che per la Rete è praticamente un’era geologica fa e, nonostante tutto quello che c’è stato nel mezzo, sono ancora sul pezzo, anzi, giusto lo scorso anno ho rinnovato il sito e registrato in tribunale come periodico online. 


“La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano.” (Luciano de Crescenzo) 

Quali sono i tuoi giorni indimenticabili? 

Naturalmente ti racconterò di quelli in ambito enogastronomico. Il primo è un giorno di settembre del 2010. Avevo iniziato da qualche settimana con il blog e decido, confrontandomi con me stesso e dandomi ragione, che sono abbastanza popolare per poter intervistare Roberto Cipresso. Tieni conto che in quel periodo i winemaker erano ancora considerati degli dèi, Roberto era reduce da uno dei più grandi successi letterari in ambito enogastronomico Il Romanzo del vino; Robert Parker jr. assegnava punteggi stratosferici ai suoi vini e uno dei luoghi dove presentava il suo Brunello era il Four Season di New York, così per dire. Gli invio le domande tramite i messaggi di Facebook assieme al mio numero di telefono, convinto che mi avrebbe snobbato; invece, chiama e mi tiene al telefono mezz’ora; le domande gli sono piaciute e dopo qualche giorno arriva il file con le risposte. Questo episodio ha confermato quello che vado pensando da sempre, ovvero che la grandezza di una persona è direttamente proporzionale alla sua umiltà. Con Roberto è nata poi una bella amicizia, con lui ho un legame speciale. Un'altra giornata indimenticabile segna nel calendario un giorno di febbraio del 2011 la prima visita da Marko Fon, in realtà anche quelle successive. Gli incontri con Marko non sono semplici visite in cantina o degustazioni più o meno formali, sono veri e propri momenti di maieutica, non ci sono verità preconfezionate, c’è il tuo coinvolgimento diretto, non puoi essere diverso da quello che sei, non qui, non nel Carso di Marko Fon. Poi la cena a Russiz Superiore nel luglio 2012, in cucina c’è Massimo Bottura. Il compianto Roberto Felluga mi invita a questa cena, ero convinto fosse una cena stampa, arrivo e scopro che è praticamente una cena privata per pochi intimi; immaginate Massimo Bottura e Franco Aliberti che usano la cucina di casa vostra per deliziarvi con i loro piatti tristellati abbinati ai grandi vini di Russiz Superiore. Anche quella sera ho fatto fatica ad addormentarmi. Ne avrei altre, ma poi diventerebbe un romanzo. Ad ogni modo, grazie al vino, ho avuto la fortuna di fare delle esperienze incredibili, sono un privilegiato. 


“Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità.” (M. Mariani) 

Qual è la ricetta giusta per ottenere un vino con personalità? Per occuparsi di vino bisogna essere un po’ folli? La parola d’ordine oggi è identità. Quanto conta la storia del territorio e quanto lo stile di produzione? 

Non ho la presunzione di indicare ricette giuste, ci mancherebbe. Per fare un vino con personalità entrano in campo molti fattori, terroir, stile di produzione, annata, ecc. Se ti riferisci a tutte le problematiche, annesse e connesse, che ha la vita del vignaiolo, un po’ folli bisogna essere di sicuro per dedicarsi al vino. Di una cosa sono certo però, se penso ai vini che mi hanno folgorato lungo la via di Damasco in questi anni, sono tutti fatti da vignaioli di grande personalità e carisma: penso a Marko Fon, Nicola Manferrari, Nico Speranza, Miha Batic, Roberto Felluga, Cataldo Calabretta. Infine credo che terroir e stile di produzione siano indissolubilmente legati, ovvero uve coltivate in territorio fantastico le puoi rovinare con uno stile di produzione insensato, magari seguendo una moda. 


"Il rosa, a volte è un velo, a volte un riflesso, a volte una sfumatura, quasi mai esiste come puro colore rosa." (F. Caramagna) 

Come esperto e degustatore di vini ti capita spesso di partecipare ad eventi dedicati ai vini rosati. Molti pensano ancora che non sia davvero un vino. Difficile da fare, (perché il grande vino rosa è un vino serissimo) solo alcuni vignaioli italiani hanno investito in una produzione di eccellenza. Come mai il nostro rosé non riesce a decollare pur essendo una grande risorsa nazionale? 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che il vino rosa non sia davvero un vino commette una leggerezza imperdonabile, dettata dall’ignoranza e spero non dalla malafede. Rispetto a qualche anno però le cose stanno cambiando, sono sempre di più i vignaioli che investono in produzioni di eccellenza e il vino rosa è sulla bocca di tutti, in ogni senso. È una moda? Non credo, non dimentichiamoci che vantiamo territori unici al mondo per la produzione di questa tipologia di vino. Chiaretto di Bardolino, Valtènesi, Cerasuolo d’Abruzzo, Cirò rosato, Salice Salentino rosato, sono in grado di regalarci delle eccellenze assolute a patto di non scadere nel solito tranello del confronto con i francesi, dobbiamo sempre ragionare nell’ottica dell’alternativa e non della contrapposizione. Non è un caso che, proprio qualche settimana fa, l’associazione Rosés de Terroirs, fondata da alcuni dei nomi più prestigiosi del vino rosé francese, in tour in alcuni grandi ristoranti stellati francesi, ha voluto anche un Chiaretto di Bardolino, quello dell’azienda agricola Le Fraghe 2016 di Matilde Poggi. Ci sono anche altri due preconcetti da scardinare in merito al vino rosa, il primo è che non va bevuto solo d’annata, ma può essere bevuto con grande giovamento anche dopo qualche anno; il secondo è la destagionalizzazione, si deve bere tutto l’anno e non solo d’estate. 


“Il prossimo step nell'evoluzione del marketing non riguarderà più il prodotto, ma una sua migliore produzione.” (C. Penn) 

Da alcuni anni il sistema legislativo delle denominazioni di origine italiane è in discussione. La piccola doc dovrebbe rientrare nella più grande per aumentare la competizione sul mercato. Così facendo non si rischia di perdere la celebrata identità territoriale a favore solo di quella economica? Cosa deve essere cambiato e da dove cominciare? 

Questa tua domanda richiederebbe come minimo un trattato per rispondere. A volte in nome del mercato si commettono delle nefandezze incredibili e resto convinto che il passaggio dal piccolo al grande, solo per avere maggiore visibilità, possa portare, indubbiamente, ad un appiattimento della qualità verso il basso che può essere facilmente mascherata sotto le spoglie della grande DOC. Resta il fatto, per quanto mi riguarda, che il valore più importante che possa avere un vino è quello di essere identitario, riconoscibile. 


“Io dico una cosa, e voi ne scrivete un’altra, e quelli che vi leggono ne capiscono un’altra ancora.” (N. Kazantzakis) 

Qualcuno afferma che il giornalismo del vino non esiste per via dello stretto rapporto economico tra aziende e il mondo della comunicazione. Come editore del magazine La stanza del vino e wine writers da anni cosa ne pensi? Hai un episodio insolito o curioso da condividere della tua esperienza da direttore del tuo giornale? 

Temo che non sia solo il giornalismo del vino a non esistere, ma che sia in serio pericolo il giornalismo tout court. Sarebbe necessario recuperare il vecchio assioma che vede il giornalista come cane da guardia del potere. Tornando al giornalismo del vino, in Italia esistono degli straordinari professionisti, ma temo che il problema dell’indipendenza sia un po’ il punto cardine di tutta la faccenda. Inoltre, abbiamo un grosso problema con gli editori/imprenditori che non hanno mai investito seriamente in questo settore consentendo che il lavoro giornalistico venga pagato quanto una pipa di tabacco se non addirittura zero. Sto semplificando al massimo, ma potremo parlare di vero e proprio giornalismo del vino solo quando esisterà un giornalista veramente indipendente, perché pagato il giusto da un editore serio e che sia in grado di parlare di vino in maniera critica ma costruttiva, senza tecnicismi esasperati e in senso più ampio; trattando il vino come fatto culturale, collegato alla storia di un luogo e delle persone che quel luogo abitano, ovvero quando rinasceranno Veronelli, Soldati, Mura. Per gli episodi curiosi, ma anche scioccanti, ne avrei un bel po’ da raccontarne, ma per motivi di spazio e rischio querele mi taccio. 


“L’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa che duri più della vita stessa.” (William James) 

Che aspetto ha per te una vita ideale? 

Questo è un domandone. L’ideale per me è collegato a qualcosa di astratto. Diciamo che sono molto vicino al pensiero espresso dalla critica filosofica Ninomanfrediana: basta 'a salute e un par de scarpe nove poi girà tutto er monno. 


"Restare è esistere, ma viaggiare è vivere." (G. Nadaud) 

C’è un viaggio o una vacanza che non dimenticherai mai? 

Il viaggio nella Calabria ionica fatto nell’estate 2016. In quel luogo aspro e incantato, grazie al mio amico fraterno Gino Marino da Cropalati, ho ritrovato la Xenia, ovvero il concetto di sacralità dell’ospite che deriva dal mondo greco antico, oltre a scoprire straordinarie perle enoiche e gastronomiche. Ci sono già tornato tre volte. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 

Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 

Anche questo è un domandone. Arrivato alla veneranda età di cinquanta cinque anni non ho ancora capito qual è la mia filosofia di vita e quindi sto cercando questa bottiglia come il Santo Graal, infondo spero di non trovarla mai. 


“Il futuro inizia oggi, non domani.” (Papa Giovanni Paolo II) 

Quasi tutti abbiamo un piano che ci proietta nel futuro. Come vedi la tua vita tra 10 anni? 

Anche in questo caso mi riallaccio alla critica filosofica Ninomanfrediana di cui sopra. Spero di trovare i miei cari e me stesso in salute e con una sana voglia di vivere. Poi sarò vicino alla pensione e finalmente parteciperò a tutti i press tour e alle anteprime possibili e immaginabili, cosa che oggi, per portare a casa la pagnotta, mi è preclusa. 


Non tutti sanno che… 

In realtà nasco come musicista. Ero iscritto alla SIAE come compositore melodista e paroliere, avevo fatto gli esami a Venezia, chiuso nella stanzetta da solo con lo strumento e la partitura. Tra il finire degli anni ’80 e i primi anni ’90 ho scritto delle canzoni pop bellissime, peccato che nessuno le abbia mai sentite.








Ritratti di sommelier: Giuseppe Palmieri, un viaggio tra sassi e stelle per ritrovare se stesso




Ritratti di sommelier è un viaggio nelle sale dei migliori ristoranti d’Italia e inizia dai protagonisti assoluti: i sommelier. 
Che rapporto hanno con lo Chef e la cucina stellata? Che tipo di scelta detta gli acquisti per la loro cantina? 
Queste interviste ci sveleranno i segreti di un lavoro che si svolge a stretto contatto con le grandi cucine italiane che sono, per gli appassionati, quei luoghi magici, sacri e incantati dove ogni giorno si ripete il rito della preparazione del cibo.

Beppe Palmieri, maitre e sommelier d'eccezione, dopo anni di gavetta e duro lavoro approda a Modena, in via Stella 22, al ristorante Osteria Francescana dove il patron Massimo Bottura gli apre le porte della sua cantina. Allora non sapeva che il suo viaggio Matera-Modena solo andata, lo avrebbe portato in un solo e unico posto: ritrovare se stesso.

Come sei approdato all’ Osteria Francescana e quali sono state le tappe della tua carriera professionale? 
Sono partito da Matera nel '96 con un amico in treno, un viaggio lungo quanto l'Italia, destinazione: lago di Como. Abbiamo cominciato a “bussare” alle porte di grandi alberghi passando ore in una cabina del telefono con un elenco della Telecom in mano alla ricerca di un lavoro, senza successo. Ricordo ancora una signora che ci avvicinò incuriosita: le spiegammo che eravamo in cerca di lavoro e lei commentò che in quel posto non avremmo mai trovato un impiego.
Risalimmo sul treno in viaggio per la Romagna. Per tre giorni girammo in lungo e in largo Rimini e Riccione, ma ogni nostra richiesta di lavoro, nei grandi alberghi, venne rifiutata. Ritornammo a Matera quando, all'improvviso, giunse una chiamata da un albergo di Cattolica: il Grand Hotel Diplomat.
Dopo tre giorni sono partito con un borsone, pochi vestiti e 300.000 lire in tasca.
Non scorderò mai quel viaggio: un mix di eccitazione, grande energia e tanta voglia di fare, avrei spaccato a metà il mondo pur di trovare una via di fuga. Amavo e amo Matera, ma una certa cultura del lamento mi stava strangolando, e io avevo voglia e bisogno di esprimermi e di lavorare.
Finita la lunga stagione fatta di duro lavoro, insegnamenti e fatica, arriva per me un’altra occasione: Villa Crespi di Orta San Giulio, 1 stella Michelin e un albergo di lusso dove cercavano un cameriere. Da Cattolica, dunque, sono partito per il Piemonte ricominciando a lavorare sodo. Qui ho trovato un contesto diverso e appagante, in cui ho scoperto la mia passione per il vino e per un servizio migliore dedicato all’ospite.
Dopo un anno e mezzo a Villa Crespi è la volta della Taverna del Pittore, ristorante stellato di Arona sul lago Maggiore: esperienza altamente formativa e impegnativa. E dopo ancora:  Lucca, nel Relais e Chateaux Locanda l’Elisa, qui cercavano un maitre e sommelier e per me è stata la volta di una nuova avventura professionale.
Dopo un anno in Toscana mi aspettava l'avventura londinese. A Londra e al Ristorante San Lorenzo potevo perfezionare l’inglese e fare un’esperienza di vita appassionante nonchè difficile e significativa.
Dopo l’Inghilterra ho seguito un collega di Villa Crespi a Porto Ottiolu per una lunga stagione con la Famiglia Giageddu e subito dopo un’altra occasione imperdibile a Castel Guelfo di Bologna, in un ristorante in cui una proprietà ambiziosa e il giovane chef di talento Bruno Barbieri volevano raggiungere grandi traguardi, 2 stelle Michelin ed enormi responsabilità: avevo voglia di lavorare duro, quindi governance e stakanovismo non mi spaventavano anzi erano stimoli straordinari.
Poi, infine l'approdo a Modena: ho chiesto lavoro ad un giovane e travolgente Massimo Bottura. Uno dei miei sogni era l'America, NewYork, ma ho scoperto poi in seguito che la mia America era in Emilia.
Tanto lavoro e pochissime ferie fino ad allora era la mia scelta di vita e nulla è cambiato da allora: ho sempre lavorato tanto, per passione, per imparare e crescere. E oggi insisto più che mai!

Oggi il sommelier è una figura professionale indispensabile nell’impresa di ristorazione o è una figura riservata solo a ristoranti stellati o location di prestigio?
Il sommelier oggi e’ una figura diversa, che da un contributo determinante, perchè rende l’esperienza professionale più completa e gratificante.
A qualsiasi livello di ristorazione, perchè non esiste un segmento specifico in cui posizionare la figura del sommelier. Mai essere autoreferenziali: è necessario dedicare tempo e risorse allo studio e alla pratica. Ci vuole curiosità, cultura, conoscenza e stile.
Bisogna studiare a menadito i fondamentali e iniziare un percorso personale da condividere con un gruppo di lavoro, e poi bisogna avere la fortuna di bere i grandi e piccoli vini con chi “sa bere”, stando in silenzio per imparare e per conoscere. Io da questo punto di vista devo molto a Fabio Luglio, Andrea Grignaffini, Andrea Vincenzi e Andrea Battilani. Io ero un ragazzino e loro, più grandi di me, mi hanno insegnato “a bere”. Da Accomasso a Soldera, da Gravner a Podversic, da Leroy a Latour, da Bellei degli anni d’oro a Taurino.

Cucina e sala, una squadra che vince quando lavora in armonia. Massimo Bottura è uno chef che informa, comunica e pianifica il lavoro? Che rapporti ci sono tra il sommelier Beppe e lo chef Massimo?
Ho sempre avuto la lucidità per riconoscermi nel ruolo di gregario, ho dedicato la mia prima giovinezza all’Osteria Francescana e senza paura ho vissuto il mio rapporto dedicandomi completamente e cosi vivo travolto dalla passione per il mio lavoro. Il successo di un cuoco e i conti in ordine di un ristorante, a qualsiasi livello, dipendono da un gruppo di sala che si dedica completamente alla cucina, per raccontare e trasmettere contenuti, passione e idee.

Come nascono gli abbinamenti cibo-vino all’Osteria Francescana, lavorate insieme sull’abbinamento o decidi solo tu? Massimo Bottura ha un carattere facile? 
Da sempre condivido con tutti i miei colleghi il nostro modo di abbinare un vino, un drink, una birra e un distillato. Se dal punto di vista accademico abbiamo imparato che gli abbinamenti si fanno per armonia, tuttavia stiamo portando avanti il nostro lavoro sui grandi contrasti, che sono la maniera più complessa e più interessante per arrivare all’armonia stessa. In merito al difficile esercizio dell’abbinamento possiamo dire che serve grande sensibilità per stare un passo indietro e andare in profondità nel rapporto tra cibo e vino.

La cantina: orgoglio e sogno di ogni sommelier. Quante bottiglie e quante etichette riesci a gestire? E le tue scelte in che direzione vanno in questi tempi in cui c’è sempre più richiesta di “vini naturali” ? 
Abbiamo una cantina che conta 1800 etichette: uno spazio classico interno al ristorante dove conserviamo le bottiglie di pregio, ed uno esterno e distaccato dove stocchiamo al meglio tutto il resto. Nel 2001 ci siamo avvicinati ai vini veri, naturali e buoni. Indimenticabile il viaggio nel 2002 in Borgogna da un giovanissimo Pacalet e ad Arbois da Stephane Tissot. E' stata un’esperienza che mi ha segnato profondamente, da allora ho iniziato ad amare i vini dei vignaioli, da Pizzamiglio a Cristiana Tiberio, da J.L. Chave a Soldera, da Ledru a Deiss, da Luca Ferraro ad Arianna Occhipinti. Nel 2003, poi, la scoperta, grazie a Giancarlo Mascovitch, dei grandi riesling tedeschi e austrici.

Ti capita di far visitare ai clienti la cantina? Qual è il vino o i vini che proponi con più orgoglio? 
In questo momento siamo impegnati per la divulgazione e l’utilizzo dei vini italiani fatti con passione, cura e maniacalità. Diamo spazio a tutti quelli che lo meritano, ma non dimentichiamo i vini del resto del mondo. Nel mio cuore ho ritagliato un posto speciale per il Fonte Canale di Cristiana Tiberio, perchè rappresenta la modernità e la bellezza di un vino italiano raffinato e fine, con un tratto volgare e una tessitura senza eguali: un piccolo capolavoro che segna un passaggio epocale per il vino italiano, e poi su tutto il coraggio di Cristiana, che ha creduto in un sogno, e in Fonte Canale ha visto quello che gli altri non riuscivano a vedere.
Tutte le volte che ce lo chiedono con piacere ed orgoglio portiamo i nostri Ospiti in cucina e poi in cantina per una visita.

Cosa è cambiato all’Osteria negli ultimi anni? Essere sulla vetta del mondo comporta onori e oneri pesantissimi: ne è valsa la pena comunque? 
Fino al giorno in cui continuerò a sentirmi attuale e innamorato del mio mestiere porterò avanti questa storia incredibile fatta di passione, voglia di spostare ogni giorno i limiti sempre un pò più in là, e duro lavoro. Sono partito dal posto perfetto per fallire, non ho mai rivolto lo sguardo al passato con nostalgia e amo davvero quello che faccio. I traguardi e i risultati sono sempre stati una conseguenza della passione smodata e il senso del gruppo.

Che ne pensi delle recensioni dei critici gastronomici che non bevono vino e che non hanno competenze “critiche” per valutare un abbinamento cibo-vino? 
Penso che chi fa il mio mestiere deve evitare la polemica come la peste: ben fatto è meglio di ben detto.

L’utilizzo di ingredienti che arrivano da tutto il mondo anche nelle cucine degli chef italiani e stellati richiedono a volte abbinamenti di bevande diverse dal vino. Il sommelier di un ristorante come l’Osteria Francescana ha il dovere di sperimentare equilibri e proposte differenti dal vino?
La ricerca è stata la via per metterci in discussione e fare avanguardia in cantina, cioè portare il cambiamento. Penso alla genziana con Omaggio alla Normadia, al Barolo chinato con “A volte pernice e a volte germano”, penso al drink NonLoSo, e penso a quando 15 anni fa servivamo il sauternes con il cultello tra la diffidenza di pochi e la curiosità di altri.

Se non lavorassi qui all’Osteria Francescana in quale altro ristorante pensi che avresti realizzato il tuo lavoro al meglio? 
Non riesco ad immaginare la mia vita in un altro posto, ho scelto Modena con il cuore, ed ho lottato in primis con me stesso per raggiungere grandi risultati insieme ai miei colleghi.




(foto: sito web "Gambero Rosso")

Massimo Bottura, la Puglia vista da 600 km di distanza



Vieni a Lecce con me?

A Lecce con noi ci siete venuti e in tantissimi.

Dagli chef stellati di Puglia ai ragazzi delle scuole alberghiere che emozionati e commossi si accostavano timidamente al loro mito che era lì, ieri sera, ad un passo dal loro cuore e da un autografo.
Punto di arrivo gli uni e di partenza gli altri, di un lungo viaggio fatto dal "90 % di duro lavoro e 10% di creatività e talento" (cit.)

Tutto è iniziato con un invito: Vieni a Lecce con me

Da allora è passato un lungo mese che è servito per pensare, organizzare, decidere e un giorno per realizzarlo. Era lì, ieri 23 febbraio ore 18, quel progetto fatto di domande e di dubbi, di entusiasmo e passione.

Noi che a Lecce ieri c'eravamo, abbiamo condiviso una delle più eccitanti esperienze che ci potevano capitare nella nostra vita : Massimo Bottura assieme a noi nel castello Carlo V che ipnotizza e emoziona la platea fino a commuoverla.

Vieni a Lecce con me

Grande privilegio per me accoglierlo e congedarmi da Massimo Bottura all'aeroporto del Salento con un sorriso e un arrivederci a presto in Puglia.
E mentre le porte del gate si chiudevano dietro di lui, non potevo non pensare che volava per Londra verso un'altra meta e un altro dei "suoi sogni" da realizzare.
Perché il suo futuro, quello di Bottura, come quello di ognuno di noi, è nel futuro. Perché il suo palato, lui lo ha ascoltato e lo ha portato lontano. Perché le sue cose impossibili diventano possibili.

Abbiamo condiviso il suo mondo fatto di mondi, l'approccio ai grandi temi delle ricette come gesti sociali, alle stratificazioni dei significati che una preparazione esprime, al palato mentale che viaggia alla velocità della luce, all'inseguire i ricordi della sua infanzia, a rendere visibile l'invisibile, alle ricette come contenitori di idee, alla nuova "tradizione" nel recupero e nello scarto e per finire al piatto del decennio, fatto di tempo e di 5 consistenze di parmigiano reggiano.

Grazie Massimo.

Grazie a tutti quelli che ci hanno dedicato il loro tempo.

Vieni in Italia con me



Qui trovate il video completo dell'intervista 




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