Wine Writers: Nella Stanza di Michelangelo Tagliente storie di vino, di persone, di luoghi


Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 

Michelangelo Tagliente nasce nel 1967 in Puglia, per la precisione a Massafra in provincia di Taranto, detta anche la Tebaide d’Italia. Qui Pasolini, nel 1964, tra le vie di tufo, ambientò la Cafàrnao de Il Vangelo secondo Matteo. All’età di un anno si trasferisce con la famiglia a Pordenone dove abita fino al 1998 prima di traslocare nel Veneto orientale, lungo il fiume Lemene. Giornalista pubblicista, iscritto alla FIJEV ( Federation of Wine and Spirits Journalists and Writers). Sommelier AIS, oltre ad essere il direttore e l’editore de La stanza del vino, online dal 2010, collabora con la rivista James Magazine e con il mensile di cibo e cultura Taste of Passion. Ha collaborato con la guida Slow Wine


“Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada.” (Lord A. Tennyson) 

Qual è la strada che ti ha portato in questo singolare mondo del vino? 

Al vino ci arrivo per innamoramento. Fino al 2002 il vino non rientrava nel mio paniere, ero un consumatore assolutamente distratto e occasionale, poi un giorno in edicola vengo attratto da un libricino I migliori vini d’Italia – Piemonte . È il primo numero di una collana Hobby & Work ed è pubblicato in collaborazione con Veronelli Editore. Rimango letteralmente folgorato dall’editoriale di Luigi Veronelli che ad un certo punto scrive: …il vino doveva essere un alimento assai più che un piacere. I giovani, invece, vogliono vini buoni, complessi, addirittura problematici con cui dialogare. Ma come, possono esistere vini complessi? Addirittura problematici, con cui dialogare? Salto sulla sedia, devo capirne assolutamente di più. Divento un lettore onnivoro del Gambero Rosso, Civiltà del Bere, il Mio Vino, naturalmente completo la raccolta dei 30 numeri de I migliori vini d’Italia, si spalancano le porte di un mondo che mi cattura. Decido così di partecipare ad una degustazione nel posto dove abito. Il programma propone i vini di due cantine, una del Collio, La Castellada e una dei Colli orientali, Dorigo, abbinati ai formaggi scelti da un certo Alberto Marcomini. Vado fiducioso, non so ancora che sto per entrare nell’Eden. Impazzisco per il Bianco de La Castellada, mi cambia letteralmente la prospettiva, poi scopro che Alberto Marcomini è uno dei più grandi esperti di formaggi in Italia e mi si apre un mondo anche in quell’ambito, la notte faccio fatica a dormire, sarà per me il famoso punto di non ritorno, dopo quel giorno nulla sarà più come prima. Il resto viene da sé, dopo qualche anno frequento con profitto i 3 livelli AIS, grazie ai quali capisco che il vino è materia infinitamente complessa, alla quale è necessario approcciarsi con grande umiltà e dedizione. Nel 2009, quando Facebook era ancora ad uno stadio quasi embrionale, inizio a pubblicare alcune note di degustazione, poi, nel 2010, in un momento di megalomania, convinto che sarei durato al massimo un mese, decido di aprire il blog La stanza del vino, credo sulla piattaforma Splinder. Qualche anno dopo acquisto il dominio lastanzadelvino.it. Da allora sono passati 13 anni, tempo che per la Rete è praticamente un’era geologica fa e, nonostante tutto quello che c’è stato nel mezzo, sono ancora sul pezzo, anzi, giusto lo scorso anno ho rinnovato il sito e registrato in tribunale come periodico online


“La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano.” (Luciano de Crescenzo) 

Quali sono i tuoi giorni indimenticabili? 

Naturalmente ti racconterò di quelli in ambito enogastronomico. Il primo è un giorno di settembre del 2010. Avevo iniziato da qualche settimana con il blog e decido, confrontandomi con me stesso e dandomi ragione, che sono abbastanza popolare per poter intervistare Roberto Cipresso. Tieni conto che in quel periodo i winemaker erano ancora considerati degli dèi, Roberto era reduce da uno dei più grandi successi letterari in ambito enogastronomico Il Romanzo del vino; Robert Parker jr. assegnava punteggi stratosferici ai suoi vini e uno dei luoghi dove presentava il suo Brunello era il Four Season di New York, così per dire. Gli invio le domande tramite i messaggi di Facebook assieme al mio numero di telefono, convinto che mi avrebbe snobbato; invece, chiama e mi tiene al telefono mezz’ora; le domande gli sono piaciute e dopo qualche giorno arriva il file con le risposte. Questo episodio ha confermato quello che vado pensando da sempre, ovvero che la grandezza di una persona è direttamente proporzionale alla sua umiltà. Con Roberto è nata poi una bella amicizia, con lui ho un legame speciale. Un'altra giornata indimenticabile segna nel calendario un giorno di febbraio del 2011 la prima visita da Marko Fon, in realtà anche quelle successive. Gli incontri con Marko non sono semplici visite in cantina o degustazioni più o meno formali, sono veri e propri momenti di maieutica, non ci sono verità preconfezionate, c’è il tuo coinvolgimento diretto, non puoi essere diverso da quello che sei, non qui, non nel Carso di Marko Fon. Poi la cena a Russiz Superiore nel luglio 2012, in cucina c’è Massimo Bottura. Il compianto Roberto Felluga mi invita a questa cena, ero convinto fosse una cena stampa, arrivo e scopro che è praticamente una cena privata per pochi intimi; immaginate Massimo Bottura e Franco Aliberti che usano la cucina di casa vostra per deliziarvi con i loro piatti tristellati abbinati ai grandi vini di Russiz Superiore. Anche quella sera ho fatto fatica ad addormentarmi. Ne avrei altre, ma poi diventerebbe un romanzo. Ad ogni modo, grazie al vino, ho avuto la fortuna di fare delle esperienze incredibili, sono un privilegiato. 


“Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità.” (M. Mariani) 

Qual è la ricetta giusta per ottenere un vino con personalità? Per occuparsi di vino bisogna essere un po’ folli? La parola d’ordine oggi è identità. Quanto conta la storia del territorio e quanto lo stile di produzione? 

Non ho la presunzione di indicare ricette giuste, ci mancherebbe. Per fare un vino con personalità entrano in campo molti fattori, terroir, stile di produzione, annata, ecc. Se ti riferisci a tutte le problematiche, annesse e connesse, che ha la vita del vignaiolo, un po’ folli bisogna essere di sicuro per dedicarsi al vino. Di una cosa sono certo però, se penso ai vini che mi hanno folgorato lungo la via di Damasco in questi anni, sono tutti fatti da vignaioli di grande personalità e carisma: penso a Marko Fon, Nicola Manferrari, Nico Speranza, Miha Batic, Roberto Felluga, Cataldo Calabretta. Infine credo che terroir e stile di produzione siano indissolubilmente legati, ovvero uve coltivate in territorio fantastico le puoi rovinare con uno stile di produzione insensato, magari seguendo una moda. 


"Il rosa, a volte è un velo, a volte un riflesso, a volte una sfumatura, quasi mai esiste come puro colore rosa." (F. Caramagna) 

Come esperto e degustatore di vini ti capita spesso di partecipare ad eventi dedicati ai vini rosati. Molti pensano ancora che non sia davvero un vino. Difficile da fare, (perché il grande vino rosa è un vino serissimo) solo alcuni vignaioli italiani hanno investito in una produzione di eccellenza. Come mai il nostro rosé non riesce a decollare pur essendo una grande risorsa nazionale? 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che il vino rosa non sia davvero un vino commette una leggerezza imperdonabile, dettata dall’ignoranza e spero non dalla malafede. Rispetto a qualche anno però le cose stanno cambiando, sono sempre di più i vignaioli che investono in produzioni di eccellenza e il vino rosa è sulla bocca di tutti, in ogni senso. È una moda? Non credo, non dimentichiamoci che vantiamo territori unici al mondo per la produzione di questa tipologia di vino. Chiaretto di Bardolino, Valtènesi, Cerasuolo d’Abruzzo, Cirò rosato, Salice Salentino rosato, sono in grado di regalarci delle eccellenze assolute a patto di non scadere nel solito tranello del confronto con i francesi, dobbiamo sempre ragionare nell’ottica dell’alternativa e non della contrapposizione. Non è un caso che, proprio qualche settimana fa, l’associazione Rosés de Terroirs, fondata da alcuni dei nomi più prestigiosi del vino rosé francese, in tour in alcuni grandi ristoranti stellati francesi, ha voluto anche un Chiaretto di Bardolino, quello dell’azienda agricola Le Fraghe 2016 di Matilde Poggi. Ci sono anche altri due preconcetti da scardinare in merito al vino rosa, il primo è che non va bevuto solo d’annata, ma può essere bevuto con grande giovamento anche dopo qualche anno; il secondo è la destagionalizzazione, si deve bere tutto l’anno e non solo d’estate. 


“Il prossimo step nell'evoluzione del marketing non riguarderà più il prodotto, ma una sua migliore produzione.” (C. Penn) 

Da alcuni anni il sistema legislativo delle denominazioni di origine italiane è in discussione. La piccola doc dovrebbe rientrare nella più grande per aumentare la competizione sul mercato. Così facendo non si rischia di perdere la celebrata identità territoriale a favore solo di quella economica? Cosa deve essere cambiato e da dove cominciare? 

Questa tua domanda richiederebbe come minimo un trattato per rispondere. A volte in nome del mercato si commettono delle nefandezze incredibili e resto convinto che il passaggio dal piccolo al grande, solo per avere maggiore visibilità, possa portare, indubbiamente, ad un appiattimento della qualità verso il basso che può essere facilmente mascherata sotto le spoglie della grande DOC. Resta il fatto, per quanto mi riguarda, che il valore più importante che possa avere un vino è quello di essere identitario, riconoscibile. 


“Io dico una cosa, e voi ne scrivete un’altra, e quelli che vi leggono ne capiscono un’altra ancora.” (N. Kazantzakis) 

Qualcuno afferma che il giornalismo del vino non esiste per via dello stretto rapporto economico tra aziende e il mondo della comunicazione. Come editore del magazine La stanza del vino e wine writers da anni cosa ne pensi? Hai un episodio insolito o curioso da condividere della tua esperienza da direttore del tuo giornale? 

Temo che non sia solo il giornalismo del vino a non esistere, ma che sia in serio pericolo il giornalismo tout court. Sarebbe necessario recuperare il vecchio assioma che vede il giornalista come cane da guardia del potere. Tornando al giornalismo del vino, in Italia esistono degli straordinari professionisti, ma temo che il problema dell’indipendenza sia un po’ il punto cardine di tutta la faccenda. Inoltre, abbiamo un grosso problema con gli editori/imprenditori che non hanno mai investito seriamente in questo settore consentendo che il lavoro giornalistico venga pagato quanto una pipa di tabacco se non addirittura zero. Sto semplificando al massimo, ma potremo parlare di vero e proprio giornalismo del vino solo quando esisterà un giornalista veramente indipendente, perché pagato il giusto da un editore serio e che sia in grado di parlare di vino in maniera critica ma costruttiva, senza tecnicismi esasperati e in senso più ampio; trattando il vino come fatto culturale, collegato alla storia di un luogo e delle persone che quel luogo abitano, ovvero quando rinasceranno Veronelli, Soldati, Mura. Per gli episodi curiosi, ma anche scioccanti, ne avrei un bel po’ da raccontarne, ma per motivi di spazio e rischio querele mi taccio. 


“L’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa che duri più della vita stessa.” (William James) 

Che aspetto ha per te una vita ideale? 

Questo è un domandone. L’ideale per me è collegato a qualcosa di astratto. Diciamo che sono molto vicino al pensiero espresso dalla critica filosofica Ninomanfrediana: basta 'a salute e un par de scarpe nove poi girà tutto er monno. 


"Restare è esistere, ma viaggiare è vivere." (G. Nadaud) 

C’è un viaggio o una vacanza che non dimenticherai mai? 

Il viaggio nella Calabria ionica fatto nell’estate 2016. In quel luogo aspro e incantato, grazie al mio amico fraterno Gino Marino da Cropalati, ho ritrovato la Xenia, ovvero il concetto di sacralità dell’ospite che deriva dal mondo greco antico, oltre a scoprire straordinarie perle enoiche e gastronomiche. Ci sono già tornato tre volte. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 

Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 

Anche questo è un domandone. Arrivato alla veneranda età di cinquanta cinque anni non ho ancora capito qual è la mia filosofia di vita e quindi sto cercando questa bottiglia come il Santo Graal, infondo spero di non trovarla mai. 


“Il futuro inizia oggi, non domani.” (Papa Giovanni Paolo II) 

Quasi tutti abbiamo un piano che ci proietta nel futuro. Come vedi la tua vita tra 10 anni? 

Anche in questo caso mi riallaccio alla critica filosofica Ninomanfrediana di cui sopra. Spero di trovare i miei cari e me stesso in salute e con una sana voglia di vivere. Poi sarò vicino alla pensione e finalmente parteciperò a tutti i press tour e alle anteprime possibili e immaginabili, cosa che oggi, per portare a casa la pagnotta, mi è preclusa. 


Non tutti sanno che… 

In realtà nasco come musicista. Ero iscritto alla SIAE come compositore melodista e paroliere, avevo fatto gli esami a Venezia, chiuso nella stanzetta da solo con lo strumento e la partitura. Tra il finire degli anni ’80 e i primi anni ’90 ho scritto delle canzoni pop bellissime, peccato che nessuno le abbia mai sentite.








Wine Writers: Maurizio Gily, il futuro dell'agricoltura tra scienza e bioetica




Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 


Maurizio Gily nasce a Torino nel 1958. Studia al liceo classico Cavour e dopo la maturità, incerto se indirizzarsi a lettere o filosofia, si presenta alla segreteria di Agraria
A 22 anni si trasferisce da Torino nel vicino Monferrato dove vive tuttora. Consegue un master in enologia a Piacenza, si occupa di vigneti come consulente in varie zone d'Italia (con alcune esperienze nel Nuovo Mondo) e di divulgazione tecnico – scientifica. 
È giornalista pubblicista e ha diretto fino al 2018 una rivista tecnica di settore Millevigne, Il periodico dei viticoltori italiani, con la quale continua a collaborare come freelance. E’ docente di viticoltura all'Università internazionale di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. È giudice in vari concorsi nazionali e internazionali. Dal 2002 è un libero professionista. Lavora per aziende di ogni dimensione e per istituzioni pubbliche e consortili.

 
“L'unico modo per fare un ottimo lavoro è amare quello che fate.” (Steve Jobs) 
Dal liceo classico ad Agraria. Occuparsi di agronomia in Piemonte era una scelta scontata? Un mestiere quasi primigenio che diventa oggi interamente tecnologico. Quanto è cambiato il tuo lavoro nel tempo? La modernità e l’attualità del tuo lavoro è la chiave per amare quello che fai? 
Tutt’altro che scontata per un nativo cittadino, senza alcuna tradizione agricola familiare e per giunta provenendo da studi classici. Nemmeno i miei trisnonni erano campagnoli, per quanto ne so. Mio padre e i miei fratelli, ingegneri, la mamma insegnante. Però il babbo, che è morto molto giovane, ripeteva spesso una specie di mantra, quello del ritorno alla terra e noi per questo lo prendevamo in giro. Ho vissuto la campagna da bambino in una casa di contadini valdesi in Val Pellice durante le vacanze estive. Una specie di agriturismo, prima che ne esistessero sia il concetto che il nome. Credo che quell’esperienza di bambino in libertà tra campi, cani, vacche e il maiale di famiglia dopo lunghi mesi in città, oltre a trasmettermi la passione per la montagna, sia stata fondamentale per la mia scelta da adulto, che è stata una scelta di vita e non solo di lavoro, la scelta di vivere in campagna. Certo da quel tempo in agricoltura è cambiato quasi tutto. A volte anche troppo, e per alcuni aspetti è venuto il momento di tornare indietro. Senza respingere l’innovazione tecnologica, che è fondamentale, ma senza mai dimenticare che essa interagisce con un ecosistema vivente estremamente complesso e delicato, e di cui ancora ignoriamo molto. La tecnologia in genere interpone una macchina (in senso lato, può essere anche una app, un software etc.) tra l’uomo e la pianta, e può significare la perdita di un contatto diretto. Un esempio banale: ciò che vedi camminando tra i filari non sempre lo vedi da un trattore cabinato che viaggia a 10 km all’ora. E molti viticoltori sono diventati trattoristi più che viticoltori. Le aziende si ingrandiscono, si cerca di risparmiare sul personale, si cerca di fare i lavori in fretta. La tecnologia aiuta in questo, ma è un’arma a doppio taglio.


“Il cambiamento non cambia la tradizione, la rafforza. Il cambiamento è una sfida e un'opportunità, non una minaccia.” (P. Mountbatten) 
La figura del viticulturist (agronomo) in Italia non è scontata come all’estero. Le consulenze sono spesso viste con diffidenza in una realtà contadina come la nostra. Quasi sempre il tuo intervento propone elementi di cambiamento. Quanto serve guardare al futuro per preservare la tradizione? 
E’ una figura che ha cominciato a farsi strada solo nell’ultimo ventennio, prima oscurata da quella dell’enologo: in parte lo è ancora, anche se tutti dicono che la qualità si fa nel vigneto. Gli enologi hanno ovviamente anche una formazione in viticoltura, oggi la laurea triennale è in viticoltura ed enologia, ma poi di solito le strade si dividono; salvo rari casi nelle aziende chi si occupa di cantina si occupa poco di vigneto e viceversa. Però, a dispetto della celebre frase, tutte le cantine hanno un enologo, o più di uno, ma non tutte hanno un tecnico di campagna. Nella mia esperienza con la cooperazione, in particolare, il tecnico di campagna, quando c’era, era spesso (a volte lo è ancora) una specie di jolly tuttofare, agronomo ma soprattutto compilatore di pratiche, quando non all’occorrenza aiuto cantiniere, aiuto analista, aiuto standista. La retribuzione, di conseguenza. Ricordo che scrissi un articolo più di vent’anni fa che si intitolava Un grido dal sottoscala: è il tecnico viticolo. Dal lato utenti, l’agronomo è visto soprattutto come quello che dà indicazioni sui trattamenti, soprattutto sulla scelta dei prodotti. L’evoluzione continua in questo campo, nonché la comparsa di nuove malattie, comporta che gli agricoltori avvertono un maggior bisogno di assistenza, mentre per quanto riguarda tutto il resto sono meno consapevoli dell’importanza di un approccio scientifico. Non è un caso che la parola viticulturist non abbia un corrispettivo né in italiano né in francese, mentre nasce nel Nuovo Mondo, dove i saperi tradizionali erano meno presenti e quindi l’approccio più scientifico. Il che non è necessariamente un bene, perché i saperi tradizionali sono importanti: io ho imparato da certi contadini anziani quanto e più che all’università. Però ho anche la presunzione di aver tramesso a mia volta qualcosa. La formula vincente non è l’antagonismo tra scienza e tradizione, ma una dialettica feconda tra i due diversi approcci alla conoscenza. Premesso questo, va detto che la rivalutazione della figura del viticulturist nell’ultimo ventennio in Italia è stata notevole. Una parte del merito va al gruppo dei preparatori d’uva Simonit e Sirch, che, oltre a essere molto bravi nel loro lavoro di esperti e docenti di potatura, hanno saputo valorizzare il ruolo della competenza viticola anche a livello mediatico. Purtroppo il mondo attuale vive di suggestioni mediatiche. Gli anni ‘80 e ’90 furono quelli della celebrazione agiografica di alcuni winemaker famosi (i quali spesso si facevano vedere nelle cantine due volte l’anno per i tagli e poi alle fiere), oggi l’immagine dell’enologo è più aderente alla realtà, e questo è un bene per i giovani, meno compressi di allora dalla fama delle star, e nel contempo quella dell’agronomo di vigneto ha trovato maggiore visibilità.


“Le misure per contrastare i mutamenti climatici sono anche la strada per affrontare la crisi ed uscirne con un’economia green e a misura d’uomo.” (E. Realacci) 
In natura i tempi dell'evoluzione e delle mutazioni sono lenti e noi invece corriamo veloce. È vero, come molti affermano, che siamo in un punto di non ritorno? Esiste un modello green circolare dove ogni intervento umano è virtuoso? Quanto la ricerca è necessaria e urgente e quanto è risolutivo il biologico? 
Il biologico è un passo importante, ma non risolutivo. Non tutto ciò che rientra nell’agricoltura biologica è completamente sostenibile, almeno fino ad oggi. Il caso del rame è esemplare. I critici sostengono che l’approccio bio ha natura ideologica, non scientifica, basandosi sul falso presupposto che ciò che è presente in natura sia sempre meno impattante di ciò che inventa l’uomo, cioè chimica di sintesi e ingegneria genetica. In questa critica c’è una logica ed io in parte la condivido: però nel contempo non vedo nulla di male nell’essere ideologici. Tutto ciò che riguarda la bioetica è ideologia, dal testamento biologico all’aborto fino alla clonazione umana non c’è nessuna scelta che possa essere giustificata con la scienza, ma solo con la coscienza. Il biologico è sì un approccio ideologico. E con ciò? Il biologico ha alcuni problemi da risolvere prima di diventare la strada maestra verso la sostenibilità, ma i progressi sono continui e notevoli. Soprattutto, il biologico, a dispetto di chi parla a sproposito di ritorno nostalgico al passato, è oggi il principale driver dell’innovazione in agricoltura, anche per le crescenti limitazioni della normativa verso i prodotti chimici e, ultimamente, anche per l’impennata del costo dei fertilizzanti chimici. Tanto è vero che le stesse multinazionali della chimica stanno oggi investendo ingenti risorse di ricerca e sviluppo in questo settore, anche comprando e incorporando molte aziende più piccole che già lavoravano su prodotti alternativi (dopo averle per anni derise). Questi progressi non solo migliorano l’agricoltura biologica, ma migliorano l’agricoltura nel suo complesso, in quanto tutte le aziende beneficiano largamente di queste innovazioni, che sostituiscono sempre più spesso pratiche e prodotti più convenzionali, in quella che viene definita agricoltura integrata.


Il più grande rischio è non prendersi nessun rischio. (Mark Zuckerberg) 
Dirigere un magazine di settore comporta responsabilità e oneri. Ad oggi cosa è per te Millevigne? Enologia ed agronomia vanno sempre di pari passo? 
Millevigne ha sempre trattato viticoltura, enologia, economia, come altri media del settore. Per me è un’esperienza conclusa come fondatore, direttore e animatore, dal primo gennaio sono solo un collaboratore e ho lasciato in eredità alla rivista un board altamente professionale, tutto femminile. Millevigne è stata un’esperienza impegnativa, molto bella, in parte in conflitto con me stesso come agronomo, nel senso che divulgare la conoscenza non è proprio il modo migliore per farsi assumere come consulente. Ma di ciò non mi rammarico. Un rammarico invece è quello dell’incidenza piuttosto modesta di questa comunicazione. In Italia ci sono 4-5 riviste tecniche di settore, tra cui Millevigne, che si dividono poche decine di migliaia di lettori, quando in Italia i viticoltori da censimento cioè chi coltiva anche pochi filari, magari portando l’uva a una cooperativa, sono due milioni. Il che significa che i nostri viticoltori leggono poco. In California e in Australia la penetrazione della comunicazione tecnica è assai superiore, e anche la Francia ci stacca di parecchie lunghezze. Ultimamente molta comunicazione tecnica passa attraverso i social. I media come Millevigne si sono adeguati con pagine loro, ma molto passa attraverso i gruppi spontanei. Il che è un bene da una parte e un male dall’altra, perché si diffonde la falsa idea che l’informazione di qualità possa essere gratuita: questo porta a sua volta al tipico fenomeno del medico laureato su facebook che spiega come curare i tumori, e soprattutto alla confusione tra informazione tecnica e commerciale, con i social usati per profilare clienti a cui vendere qualcosa. Quando una cosa è gratis vuol dire che il prodotto che stanno vendendo sei tu. Ma è difficile spiegarlo. E’ il problema oggi di tutto il giornalismo, mica solo della divulgazione tecnica o scientifica. 
Continuità tra viticoltura ed enologia? Non sempre esiste. Sopravvive in molte aziende la mentalità che la viticoltura va per suo conto e poi in cantina l’enologo aggiusta quello che non va, come se l’enologo potesse fare i miracoli. Ma non è così dappertutto ovviamente, tutto dipende dalla direzione aziendale. Nelle cantine che funzionano lo schema parte da due domande: Quali sono i nostri obiettivi enologici? Ma prima ancora, qual è la nostra filosofia di produzione, quali sono, se ci sono, i valori che vogliamo trasmettere oltre alla nuda qualità organolettica del prodotto? (e anche qui l’accusa di ideologia è in agguato). Quando si parte da questi interrogativi ci sono le premesse per un lavoro di squadra che coinvolge tutta la filiera. Ma quando si vive alla giornata, senza una strategia di medio e lungo periodo, è inevitabile che ognuno vada per conto suo.


“Colui che conosce gli altri è sapiente, colui che conosce se stesso è illuminato.” (Lao Tzu) 
Se ti dovessi descrivere in tre aggettivi quali sceglieresti? 
Solitario, distratto, e presuntuoso, ma non tanto da negarlo. 


“Il giudice è l’interprete della giustizia.” (San Tommaso d’Aquino) 
Spesso sei giudice nei vari concorsi di vino. Ho sempre ammirato chi riconosce l’origine dei pregi e difetti di un vino o i loro vitigni. Come ti avvicini da tecnico al calice? Qual è la prima cosa che pensi all’assaggio? 
La prima cosa che penso è che dietro quel calice c’è il lavoro di tante persone, investimenti e sacrifici. Per cui prima di giudicare male un vino cerco di pensarci bene, e, nel caso, anche parlando al di fuori dei concorsi, non lo sbatto poi sui social dicendo che è cattivo. Le recensioni negative le trovo di pessimo gusto.


“Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo, devi dargli un grande potere.” (Pittaco) 
Se potessi scegliere un superpotere, quale vorresti? 
Vorrei restare in forma e in salute almeno come oggi, se non come a vent’anni, fino all’ultimo dei miei giorni, anche a costo di non vivere molto a lungo. Più che allungare la vita dovremmo cercare di allargarla.


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
Questa è facile: quella che non ho ancora bevuto. O che ancora non è stata prodotta da nessuno dei miei clienti. 


“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.” (Eleanor Roosvelt) 
Cosa vedi nel tuo futuro? Hai realizzato i tuoi sogni di bambino? 
Non tutti, ma nel complesso il bilancio è positivo. Da laico quale sono non vedo nel futuro. Mi piacerebbe invecchiare vicino al mare, in un clima mediterraneo, coltivando un pezzetto di terra, ma non so se sarà possibile. Mi accontenterò altrimenti di continuare a vivere nel Monferrato, come negli ultimi quarant’anni, che è comunque uno dei posti più belli del mondo. 


Non tutti sanno che… 
Pratico vari sport all’aperto e suono la chitarra, anche piuttosto bene. Come ho già detto, sono un presuntuoso.





Foto credits: Mauro Fermariello, Andreas Marz

Wine Writers: Pasquale Porcelli e il vino, storia di un viaggio lungo una vita




Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 


Pasquale Porcelli non ha mai frequentato nessun corso che non fosse Corso Umberto all’ora del passeggio. Non se ne pente, la strada insegna tanto. Sua madre diceva che era uno zingaro, sempre pronto a partire. E’ un girovago curioso a cui piace vivere con piacere, e tra i piaceri poteva mancare il vino? Degustatore seriale, come si dice adesso, ha prestato il suo palato a quasi tutte le guide in circolazione, per divertimento e per vanità. Editor del magazine Winesurf di Carlo Macchi che lo ha voluto con sé dall’inizio di questa bellissima avventura che gli permette di partire ancora. Da qualche anno direttore editoriale della Guida Prosit dell’ONAV.


“Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno nella tua vita.”(Confucio)
Scegliere il proprio lavoro è un privilegio. Avventurarsi in questo singolare mondo del vino e farne una seria professione è stata una tua scelta? Come ci sei arrivato? 
Come molti della mia generazione che si occupano di vino, tutto inizia negli 1987-88 con Arcigola, oggi Slow Food, una vera scuola non solo per quello che riguarda il vino, ma per una visione complessiva del mondo agroalimentare. Per vivere ho svolto diversi lavori, occuparmi di vino e di cibo è stato per molti anni solo un hobby, ma questo non mi ha impedito, credo, di farlo in modo serio, anzi mi ha permesso di esprimermi molto più liberamente, senza condizionamenti. Dopo quando le condizioni me lo hanno permesso ho dedicato tutto il mio tempo al vino. 


“Il nostro genio è per l’1% talento e per il 99% duro lavoro.” (Albert Einstain) 
Quanto genio e quanto duro lavoro hai riservato a questo lavoro di degustatore seriale? 
Non c’è nessun genio, almeno io non ne conosco. Conosco invece gente che ha tanta passione e che ha unito questa passione ad un continuo studio e costante ricerca. Chiunque pensi che il mondo dell’assaggio dei vini si esaurisca nella semplice degustazione ha una visione superficiale e distorta. L’assaggio è solo una parte del tutto che invece comprende in primis la conoscenza del territorio, inteso come un insieme di fattori geografici, geologici, storici ed umani. Quanto al duro lavoro ve ne sono tanti altri che merierebbero questo aggettivo, l’assaggio non è tra questi. Come spesso sento dire è meglio che lavorare in miniera. 


“Nulla è più complicato della sincerità.” (Pirandello) 
Da tanti anni sei un protagonista del mondo del vino. Sei l’unico esperto e relatore che abbia mai visto e sentito discutere sulla qualità del vino di un produttore in occasione di un incontro pubblico tra produttore-consumatori- appassionati. Quanto paga essere sinceri oggi? È solo un privilegio delle grandi firme come la tua? 
Non mi sono mai considerato un protagonista. Mi piace considerarmi un peon. I peones sono tutti gli assaggiatori che appaiono nelle guide come semplici collaboratori, ma senza di cui le guide non si realizzerebbero. Sono quelli che non occupano le prime pagine, che hanno pochi onori ma molti oneri. Sono l’ossatura di qualsiasi opera editoriale. Io sono stato per anni uno di loro e mi considero anche adesso un peon, forse con qualche anno in più di esperienza, ma sempre peon resto. Quanto alla sincerità, che tradotto nel mondo del vino vuol dire esercitare un diritto di critica, è la conseguenza di una visione che ha come referente il consumatore-lettore e non il produttore. Molte delle recensioni dei vini in circolazione in Italia, guide e top ten comprese, sono fatte più per ingraziarsi il produttore anziché rendere un servizio al lettore ed è la conseguenza dei tempi che viviamo. È un discorso complesso su cui si dibatte continuamente. Diciamo che personalmente ho perso molte occasioni per stare zitto e le ho pagate e continuo a pagarle ancora adesso e non credo di essere però il solo. 


“Abbiamo tutti bisogno di un passato: ecco da dove viene il nostro senso di identità.” (P. Lively) 
La parola dell’anno e in quelli a venire per la produzione del vino è identità. Nelle tue recensioni non è mai mancata la parte dedicata al racconto del territorio per poi passare alla degustazione tecnica. È dunque la vera scoperta del secolo? 
Non mi è mai piaciuto raccontare le aziende se non eccezionalmente, è facile scadere nella promozione, siamo in quelle zone grigie in cui è difficile tracciare un confine, meglio parlare dei loro vini, dove il giudizio è generalmente più obiettivo o per lo meno dovrebbe esserlo, se si esercita un minimo di critica. Quanto all’identità non sempre è possibile tracciarla, più facile per i vini che hanno uno storico, molto più difficile per quelli che hanno una storia più recente, dove il vitigno è spesso affidato più al brand aziendale che alla sua riconoscibilità e quindi anche alla sua identità. Questo rende spesso il concetto di identità molto elastico che ognuno plasma a suo uso e consumo. Senz’altro credo che il futuro di alcune denominazioni siano sempre più legato alla loro espressione territoriale, ma che cosa sia in alcune realtà è tutto da definire. 


"Festina lente" (Augusto)
 Lo slow jornalism si contrappone alla notizia specie dei social mordi e fuggi e sembra essere la nuova tendenza della comunicazione. Che ne pensi a riguardo? C’è più bisogno di rallentare o di continuare correre? 
Appartengo ad una generazione che non ha molta dimestichezza con i social, faccio fatica a volte a comprenderne l’essenza e invidio molto chi ha saputo adeguarsi interpretando i tempi. Quello che scrisse Umberto Eco, anni addietro, mi piacque molto: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Si trattava ovviamente di una voluta provocazione e generalizzazione. Oggi sarei meno drastico, ci sono molte persone, per restare nel nostro campo, serie e preparate che utilizzano questo modo di comunicazione e di informazione. Il problema, secondo me, non è il mezzo, ma chi vi scrive, della sua credibilità ed affidabilità. Verificare le fonti come sempre resta fondamentale oggi più di ieri. Rallentare o correre è un falso problema. 


“Nunc est bibendum” (Orazio) 
È veramente sempre ora di bere? Alla luce del documento dell’OMS che compara la tossicità dell’alcol alle sigarette, e con la prospettiva di ridurne drasticamente i consumi, che ne pensi di questo provvedimento e come dovrebbero agire i produttori? 
Diciamo chiaramente che l’alcool sotto qualsiasi forma è una sostanza tossica. Detto questo però farei una distinzione non mettendo sullo stesso piano il vino e i superalcolici. È ingiusto anche storicamente. Di sicuro l’abuso è dannoso, come con qualsiasi sostanza, occorre da questo punto di vista che le associazioni che si occupano di divulgazione e formazione siano più attente a questo problema, promuovendo un consumo più consapevole. È un approccio certamente meno facile, specie nei confronti dei più giovani, generazionalmente più portati a trasgredire. Certo bere meno ma bere meglio è sicuramente un primo passo. 


“Molti studiano come allungare la vita quando invece bisognerebbe allargarla.” (Luciano De Crescenzo) 
Questa citazione è una delle tue preferite. Come riempi e dunque allarghi la tua vita? 
In verità era una citazione di Peppino Colamonaco, il mio amico di Altamura scomparso qualche anno fa, che in un determinato periodo ha rappresentato l’anima più edonistica del movimento Arcigola. Era una semplice battuta che strappava sorrisi, ma sintetizzava benissimo una visione della vita che ho sempre condiviso. Larga è quando non si è stretti nelle proprie convinzioni credendole sempre e comunque giuste. Larga è quando vivi la vita ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma augurandoti che non lo sia perché tieni alla vita e ti piace viverla. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.”(Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
Risposta difficile. Più vini assaggi e meno certezze hai, Questo però non vuol dire che non si conservino eccellenti ricordi, ma più che di bottiglie preferisco parlare di vitigni. A costo di essere banale o scontato metterei nell’ordine: Pinot Nero, Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico. Per i bianchi ci metto tutta l’anima sudista con Fiano e Greco. Tra i ricordi più belli una degustazione di Clos de Vougeot, organizzata da Guglielmo Bellelli: memorabile! 


“Viaggiare è un atto di umiltà. Chi è convinto di sapere tutto preferisce non muoversi da casa.” (B. Severgnini)
Tua madre diceva che sei uno zingaro sempre pronto a partire. Quale sarà il tuo prossimo viaggio? 
Quando sono fuori non vedo l’ora di rientrare a casa, poi quando sono a casa da qualche giorno non vedo il momento di affrontare un altro viaggio. Lo so è contraddittorio, ma sono sempre stato così. Da piccolo mentre i miei coetanei sognavano il loro futuro immaginandosi professionisti o sportivi di successo, io desideravo fare il camionista. Poi crescendo, dopo qualche esperienza, mi sono reso conto che non era per me, ma la voglia di viaggiare, di vedere e conoscere luoghi e persone mi è rimasta. Il vino è il suo mondo è anche questo per me, luoghi, persone e realtà che altrimenti non avrei potuto conoscere e a volte frequentare. Il mio prossimo viaggio? Se per viaggio si intende qualcosa che assomigli ai viaggi di Chatwin o Kerouac, che in gioventù ho cercato di imitare, non ho più nessuna velleità. Posso invece concedermi dei viaggi da turista curioso. Ti racconto un episodio: a metà degli anni ’80 attraversando le Ande in Perù con una scassatissima Lada, ci trovammo ad un bivio, da una parte si proseguiva per l’Amazzonia, dove eravamo diretti e dall’altra in poche ore avremmo potuto raggiungere il Machu Picchu, decidemmo di proseguire. "Quello lo vedremo da pensionati" mi suona ancora nelle orecchie. Forse è arrivato quel momento. C’è un tempo per tutto. 


“La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta.” (Abraham Lincoln) 
Dove pensi di essere tra cinque anni? Hai progetti e propositi nuovi da realizzare? 
Cinque anni sono tanti per chi come me ne ha compiuto 75. I miei progetti sono per forza di cose più a breve termine. Mio suocero Antonio quando gli chiedevano: Come va? rispondeva: Ce ne veniamo campando, che come vedi è in linea con la vita larga. Questo però non vuol dire che non ho progetti, vuol solo dire che penso solo a quelli che realisticamente si possono realizzare in un lasso di tempo più breve. Mi piacerebbe che qualcuno in questi anni approfittasse di me, ma non è facile. Quindi tra cinque anni, essendo ottimisti, mi rivedo ancora qua ad assaggiare e scrivere di vino. 


Non tutti sanno che…
Oltre che di vino in passato mi sono occupato di olio, una passione a cui purtroppo non ho dato continuità, ma mi piace ancora.










Jeremy Parzen, eclettico ambasciatore del vino italiano in USA: il mio vino a tutto rock

Jeremy Parzen 



Jeremy Parzen è nato a Chicago il 14 luglio 1967. Dopo aver ottenuto il suo dottorato di ricerca in letteratura italiana all'UCLA nel 1997 si è trasferito a New York City dove ha spostato la sua attenzione sul cibo e sul vino. Nel 1998 è stato capo scrittore di vini per l'edizione in lingua inglese de La Cucina Italiana. Nel 2007 ha lanciato il suo blog DoBianchi. Ha pubblicato innumerevoli articoli sull'enogastronomia italiana e firmato pubblicazioni su Decanter e Wine and Spirits, che lo ha nominato Master of Place nel 2017. Lavora come consulente nel settore del vino e della ristorazione dal suo ufficio di casa a Houston con la moglie e le figlie dedicando molto tempo alla sua passione per la musica. È stato nominato ambasciatore dell'Associazione Enotecari Professionisti Italiana (AEPI) nel 2018 per la sua grande conoscenza della vinificazione e la sua eccellenza nella comunicazione. 



Oggi vivi a Houston, in Texas, ma sei nato Chicago e ti sei laureato a Los Angeles. Illinois – California: 3000 km circa. Trasferirti in California è stato un tuo desiderio o lo hai fatto solo per studio? 
Sono nato a Chicago ma i miei si trasferirono in California quando ero molto piccolo. Erano gli anni della grande migrazione dei borghesi verso l’ovest. Son cresciuto a San Diego e poi ho fatto l’università a Los Angeles. 


Chicago è una città in cui si respira tanta musica (jazz, blues, soul, gospel) ma anche cultura teatrale e cinematografica. Nasce da qui la tua grande passione per l'arte dei suoni? 
Negli anni ho avuto modo di tornare a Chicago spesso, sia per il vino che per gli amici e diversi componenti della mia famiglia. Città meravigliosa, sia per il food che per il blues. La mia passione per la musica nasce però con il primo ascolto dei Beatles a sette anni. 


Ovunque vada, tra eventi e concorsi di vino, la stampa estera è sempre onorata e ossequiata. Siete consapevoli di essere molto fortunati ad avere la possibilità di viaggiare e conoscere a fondo uno dei paesi più sognati al mondo? 
Sono venuto in Italia per la prima volta nel 1987 al terzo anno dei miei studi universitari. Già molto prima che venissi per il vino, sono venuto per studiare all’Università di Padova, poi alla Normale di Pisa e in Vaticano. Il vino è venuto molto dopo. Nel frattempo l’Italia mi aveva già donato tanto e mi sento fortunatissimo anche per questo. Come ho scritto recentemente sul mio Instagram, “tramite la tua poesia, i tuoi dipinti, e i tuoi paesaggi, mi hai rivelato i segreti degli antichi”. 
Per questo e per le tante amicizie sarò eternamente grato. 


Il tuo blog DoBianchi nasce con una mission. Ci spieghi quale? 
Ho sempre cercato di dare voce ai vignaioli italiani e di offrire ai lettori anglofoni “una finestra umanistica”, una chiave di lettura dell’Italia del vino e non solo. 


Da sempre la cultura enogastronomica italiana nel mondo eccelle per qualità e molte sono le imitazioni e le sofisticazioni delle sue materie prime. Una stampa estera preparata, informata e professionale può essere di aiuto per tutelare sia il consumatore che i prodotti d’origine? 
Purtroppo il pubblico americano è poco attento ai prodotti Italian Sounding come si dice ormai. Secondo me il governo italiano dovrebbe impegnarsi ancora di più a istruire la stampa americana. La questione del “Parmesan vs Parmigiano Reggiano” e altri casi simili rimangono un problema e un ostacolo formidabile per i produttori italiani. 


Baby Boomers, Millenians, Generazione X. Ormai il vino si vende per comparti generazionali. Gusti, abitudini, tendenze e consumi diversi. Tu che sei uno dei protagonisti dell’orientamento delle scelte di mercato, cosa vedi nel futuro prossimo delle vendite di vino italiano? 
Il 2023 sarà sicuramente un anno difficile per il vino italiano negli USA a cause della crisi della logistica, dell’energia, e dei costi elevati per la materia prima come il vetro. Il prezzo della bottiglia sullo scafale sarà più alto rispetto agli anni di crescita della categoria. La cosa interessante del vino italiano secondo me è il fatto che ci sia qualcosa per tutti i comparti, dai naturaloni ai grandi collezionisti. I produttori che continuano a interagire in maniera robusta e quelli che sanno gestire bene la logistica saranno i protagonisti del settore, soprattutto in un momento in cui molti non vogliono più viaggiare per il vino negli USA perché i costi di viaggio sono anche quelli elevati. Ci vorrà chi ha volontà e coraggio di investire. 


Il racconto del territorio, la storia, l’identità culturale, i borghi e le comunità. I consumatori hanno sempre bisogno di narrazione, di viaggi, di sogni in un calice oltre che bere vino di qualità? 
Il vino italiano ha sicuramente una marcia in più perché la bottiglia italiana ti racconta sempre una storia interessante (mentre il vino francese, grazie al suo carattere omogeneo, è più monolitico). Il vino italiano ti trasporta virtualmente in Italia tra gastronomia e cultura, storie di persone e di luoghi. E quindi la comunicazione rimane sempre uno strumento fondamentale, anzi direi sine qua non, per i vignaioli italiani. 


Il vino si fa sempre più identitario e le scelte sono orientate verso microzone quasi sconosciute per chi vive all’estero. Come si riesce a comunicare l’identità e il territorio italiano nel tuo paese? 
Tra i professionisti e i collezionisti la localizzazione del vino è uno strumento importantissimo per la vendita e per la valorizzazione del prodotto stesso. Mentre i consumatori americani non saranno in grado di cogliere le sfumature delle microzone, gli addetti al lavoro usufruiscono facilmente e quotidianamente di queste info iperlocali. Ecco perché la figura del sommelier rimane un elemento indispensabile. 


I vini rosati italiani sono tanti e sono ottimi. Ogni regione ha il suo fiore all’occhiello ma non decolla come le sue cugine bollicine. Come orientare le scelte estere verso questo prodotto? 
Dal Pinot Grigio (quello vinificato tradizionalmente) al Rossese e al Cerasuolo… L’Italia del vino deve uscire dal paradigma rosé e pink wine, categoria dominata dai francesi ormai da più di mezzo secolo. Deve lanciarsi invece come prodotto autoctono e originale, elemento chiave per godersi l’Italia a tavola. I miei colleghi in Abruzzo stanno scoprendo che il Cerasuolo ha sempre un impatto maggiore quando chiamato appunto Cerasuolo anziché “rosé” o “rosato”. Vino al vino, come si suol dire. 


Non tutti sanno che… 
Pochissimi sanno che l’ampelonimo Aglianico non deriva da ellenico. I termini appaiono contemporaneamente nel ’500 italiano e quindi l’uno non può essere una derivazione dell’altro. Il termine ellenico fu coniato proprio in quelli anni e visto che Aglianico sicuramente era già noto, l’ampelonimo probabilmente precede l’etnonimo. 
E non chiedermi dell’etimologia del nome Sangiovese! (Non c’entra il “sangue di Giove”! Please!) 
E non tutti sanno che ero il chitarrista e uno dei compositori principali del gruppo pseudofrancese i Nous Non Plus.


Jeremy Parzen 




Foto Credits: Marcello Marengo 



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