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Wine Writers: Carlo Macchi, il futuro di Winesurf? Un magazine sempre più libero e indipendente



Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 

Carlo Macchi è nato a Firenze. Laureato in Filosofia è entrato nel campo dell'enogastronomia nell'anno 1987. Ha collaborato e collabora con molte importanti guide e riviste italiane ed estere del settore. Ha scritto libri e creato una nuova guida sui vini. E’ stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo. Ha partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui ha anche provato a superare, senza riuscirci, quello di Master of Wine. Dirige Winesurf da più di 16 anni. 



“L’inizio è la parte più importante del lavoro.” (Platone) 
Come ha cominciato Carlo Macchi? E qual è stato il tuo esordio nel mondo del vino? 
Mi ricordo, ero assieme agli ultimi dinosauri e stavano cadendo meteoriti dal cielo. In effetti non sono entrato nel mondo del vino in quell’epoca ma poco dopo. Ci sono arrivato come responsabile di una condotta dell’allora Arcigola (oggi Slow Food). Era il 1987 e forse non mi sono mai divertito così tanto in vita mia come in quegli anni. Organizzavamo le cose più folli e anche le più serie: Dalle cene con i comunisti a mangiare i bambini a manifestazioni per migliorare le mense ospedaliere e scolastiche. Al vino ci sono arrivato per forza: un responsabile Arcigola doveva conoscere assolutamente il vino, specie se vive in Chianti Classico e ha a un tiro di schioppo Montalcino, Montepulciano, San Gimignano. Mi ricordo che il primo corso che organizzai, a cui partecipai pure io, aveva come insegnanti Sandro Sangiorgi e Marco Sabellico. 



“La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.” (Pirandello) 
 Hai vissuto la tua vita scrivendo o vivendola? 
Oddio, spero di averla vissuta, anche perché sono anni che devo scrivere un libro serio, che non tratta di vino, e ancora non ho trovato il tempo. Non essendo poi molto bravo a scrivere avrei narrato e quindi vissuto proprio una vita di cacca. Ora che ci penso però da quattro anni ho la certezza di averla vissuta: la certezza si chiama Clara, la mia nipotina. Diventare nonno per me è stato come vincere 10 premi Nobel. Ho scoperto che tutto quello che ho fatto e non scritto ha portato a qualcosa di unico e irripetibile. 


“Colui che conosce gli altri è sapiente, colui che conosce se stesso è illuminato.” ( Lao Tzu) 
Pensi di conoscerti bene? Come ti descriveresti in soli tre aggettivi? 
Conosco i miei difetti benissimo, quello è il mio maggior pregio. Scherzi a parte penso di conoscermi bene, infatti spesso non mi sopporto. Vabbè ora serio, giuro: Se dovessi scegliere tre aggettivi, direi onesto, sognatore, caparbio. 


“L’ironia è la più alta forma di intelligenza e di difesa. Non cambia le cose ma ti insegna a riderci sopra invece di piangerti addosso.” (M.Licenza)
Sei un fan dell’ironia. Il rischio è quello di non essere preso sul serio? Ti è capitato di non essere capito? 
Mia moglie per anni ha detto ai miei figli: Attenti, quello che dice babbo va interpretato, lui scherza sempre. Questo è un esempio ma potrei fartene decine. Di solito, quando sono in situazioni dove nessuno, ma proprio nessuno, mi conosce faccio la persona serissima, ma quando capisco (magari sbagliando) che c’è spazio per una battuta non perdo l’occasione. Mi pare fosse Chaplin quello che diceva chi non ride mai non è una persona seria. Mi reputo una persona seria, non seriosa. Inoltre una battuta ti aiuta sempre a toglierti da situazioni difficili, almeno spero. 


Presto, portami un bicchiere di vino, in modo che io possa bagnare la mia mente e dire qualcosa di intelligente” (Aristofane) 
Cosa pensi delle differenti opinioni dei tuoi colleghi sul giornalismo del vino? E qual è il tuo parere in merito alla sua inesistenza? 
Per me il discorso è semplice: un giornalista si informa, controlla le fonti e poi scrive. Dall’altra parte c’è il lettore che compra il giornale per leggere quello che ha scritto il giornalista e non il responsabile della notizia, che paga perché venga pubblicata. Il giornalismo (non parlo di iscritti o meno all’ordine) non può dipendere da chi ti fornisce la notizia ma da quello che la legge e paga per farlo. Se tu, nel mondo del vino o in qualsiasi altro settore, scrivi perché sei pagato (o speri di essere pagato) da quello di cui hai scritto non sei un giornalista, non dai una notizia, non fai informazione ma pubblicità. Credo che nel nostro mondo ci siano pochi giornalisti, ma ci siano. Tanti bellissimi articoli che troviamo ogni giorno, scritti da colleghi italiani e esteri lo stanno a dimostrare. Chi dice che non esistono o è male informato o è volutamente male informato. 


“Non c'è alcuna crisi energetica, solo una crisi di ignoranza.” (R. B. Fuller) 
 Anche il mondo del vino sta affrontando la crisi energetica, conflitti bellici e aumento delle materie prime. Cos’è che preoccupa maggiormente il settore vitivinicolo? 
Le preoccupazioni sono moltissime ma quello che credo possa essere pernicioso è la perdita di interesse per il vino, dovuta sia al fattore alcol che al prezzo e alla crescita di altre bevande meno care e più trendy. Non nascondiamoci dietro un dito: nel vino c’è l’alcol, che non è certo un medicinale e prima o poi dovremo fare i conti con questa realtà. Se prendi la demonizzazione dell’alcol, aggiungi la diminuzione costante del potere d’acquisto con i prezzi del vino in crescita e mescoli il tutto con bevande strane e zuccherate a prezzi teoricamente più bassi ma promosse ovunque, ottieni un calo verticale della domanda ma soprattutto una specie di disinteresse modello volpe e uva: dove non arrivo non mi interessa. 


“Non sono rari gli storici francesi per i quali la storia del mondo è un episodio della storia di Francia.” (Nicolás Gómez Dávila) 
Per la produzione di vino, meno quantità - più qualità sembra un assioma superato. Oggi si dice: meno quantità - più identità. Perché arriviamo sempre dopo la Francia? 
Siamo noi che li facciamo andare avanti per vedere se vanno a sbattere. Scherzi a parte, la Francia rispetto a noi mostra, verso l’estero, una maggiore unità d’intenti e riesce a presentarsi al mondo, almeno apparentemente, unita. Da noi le cose non vanno così, se non ci dividiamo non siamo felici. Sul discorso meno quantità più identità provo a fare un discorso che covo da tempo, perché per me c’è un grosso fraintendimento. Maggiore identità vuol dire non solo promuovere un vino di territorio ma il territorio stesso. Il messaggio cambia e da assaggia il mio vino e senti quanto è buono diventa vieni nel mio territorio ad assaggiare il mio vino, oppure assaggiando il mio vino non potrai non venire nel mio territorio. Il grosso nodo che nessuno sembra vedere è che da consumatori ci stiamo lentamente trasformando in viaggiatori, che lavorano solo per andare da qualche parte a spendere quello che hanno guadagnato. Siamo consumatori solo nel senso che consumiamo il territorio di altri, a vicenda. E proprio perché non siamo a casa nostra ci sentiamo in dovere di agire, magari senza il minimo senso civico. Questo succede, per esempio in Chianti Classico e in Langa dove il riconoscimento Unesco sta creando, paradossalmente, dei problemi. Per quanto riguarda l’unicità nel vino: io posso valutare la qualità di un vino ma non l’unicità, perché, non conoscendo ogni vigneto, ogni microclima, devo fidarmi di quello che mi dice il produttore. Il mio vino è unico magari è verissimo ma non posso avere la prova che sia anche il migliore che si può fare in quel luogo, con quelle uve. Magari a causa di un’annata caldissima ho delle uve troppo mature, che da sole danno un vino unico, ma assieme ad altre uve, magari di zone vicine, darebbero un vino migliore. Le MGA o UGA da questo punto di vista andrebbero ritarate e considerate anche come blend di uve di vari territori vocati, non di singoli cru. 


“Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo, devi dargli un grande potere.” (Pittaco) 
Se potessi scegliere un superpotere, quale vorresti? 
Lasciando da parte la vista a raggi X per vedere le donne nude? In realtà c’è bisogno di una risposta seria. C’ho pensato parecchio ma alla fine non ne vorrei nessuno. Se avessi un superpotere dovrei usarlo per migliorare la vita di tutti ma questo sarebbe impossibile. Per esempio, avevo pensato al potere di rendere inattiva, all’occorrenza, qualsiasi arma, dalle bombe atomiche ad un semplice bastone. Ma magari gli uomini troverebbero altre armi immateriali, come il potere del denaro, per rendere gli altri schiavi e così il mio superpotere non servirebbe a niente. In un mondo cosi complesso e dove tutto si incrocia e si rapporta, un solo superpotere non ha potere. 


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la tua filosofia di vita? 
Quella che berrò domani, o dopodomani, o tra un mese. Per me il vino è curiosità, scoperta, storia, tradizione, genio, fatica, sogno. Quando faranno un vino che contiene queste e altre mille cose allora avrò trovato quella bottiglia. Intanto è bello avere migliaia di bottiglie e la mia filosofia di vita che suggerisce: Apri quella!


“Non conta da dove vieni, ma dove stai andando.” (Ella Fitzgerald) 
Cosa vedi nel tuo futuro? E dove andrai? 
Il compianto Gianni Mura diceva di usare la palla di lardo per vedere nel futuro. Io devo essere molto più modesto e quindi posso, al massimo, usare una pallina di pane, con risultati però immaginabili. Ma visto che sono un sognatore mi piacerebbe molto che quello che abbiamo iniziato a fare da pochi mesi avesse un grande successo e segnasse una strada per tutto il giornalismo online: sto parlando dell’abbonamento annuale che serve per consultare la nostra guida vini e molti altri articoli di Winesurf. Sarebbe un sogno e anche un ritorno alle origini: il giornalista affidabile, serio, scrive senza condizionamenti e vive grazie ai lettori che pagano per avere delle buone, serie e affidabili informazioni. Dove andrò? Spero di ritrovarmi tra 15-20 anni a festeggiare i grandi traguardi raggiunti dai miei figli e soprattutto da mia nipote. A quel punto potrei scriverci anche un articolo, magari l’ultimo, ma quello che uno sogna per tutta la vita di scrivere (e qui si ritorna all’inizio). 


Non tutti sanno che... 
Non so se rispondo a tono ma non tutti sanno che mia moglie è molto più brava di me nell’assaggiare il vino (non è che ci voglia molto). Ha un naso finissimo e molte volte mi rivolgo a lei per avere un quadro aromatico chiaro e trarne conseguenze. Del resto è figlia di un enologo e io di un signore che vendeva macchine per cucire.








Wine Writers: Angelo Peretti, lo strategist del vino identitario



Chi sono i più famosi wine writers italiani? Le penne più intriganti, appassionate, raffinate, rivoluzionarie o irriverenti si raccontano in una serie di interviste che svelano curiosità e aneddoti di vita quotidiana. 

Angelo Peretti è un giornalista pubblicista, collabora dal 1979 con numerose testate. È direttore responsabile di InternetGourmet.it. Ha pubblicato vari libri dedicati all’ambito gastronomico e vinicolo e ha collaborato con alcune delle più note guide italiane dei settori del vino, della ristorazione, dell’olio extravergine di oliva. Ha inoltre elaborato progetti di posizionamento strategico per alcuni consorzi di tutela. 


“Il tuo lavoro occuperà gran parte della tua vita, e l’unico modo per essere davvero soddisfatto è fare un lavoro che consideri fantastico. E l’unico modo per fare un lavoro fantastico è amare quello che fai.” (Steve Jobs) 
Come è approdato in questo fantastico mondo del vino? Qual è stata o qual è la sfida più difficile del suo lavoro e perché dovremmo scegliere di leggere il suo Internet-Gourmet. 
Nel 1986, Giorgio Gioco, il cuoco e proprietario del ristorante 12 Apostoli di Verona, tra i primi in Italia a ricevere la stella Michelin, mi chiamò a far parte del gruppo di lavoro di un libretto sui pesci e sulla cucina di pesce del lago di Garda. Avevo ventisette anni e scrivevo di cronaca e di tradizioni locali per il quotidiano veronese L’Arena. Ci rendemmo conto che il libro aveva bisogno di un capitoletto sui vini gardesani. Gioco affidò l’incarico a me. Fu il mio primo testo sul vino, non ho più smesso di scriverne. Negli anni Novanta fondai la condotta gardesana di Slow Food e nel 2001 incominciai a collaborare con la guida dei Vini d’Italia, che era edita insieme con il Gambero Rosso. Eravamo nel pieno dell’ondata di parkerizzazione del vino italiano: andavano affermandosi i vinoni concentrati, alcolici e tannici. Per un po’ ne fui affascinato anch’io ma me ne disamorai molto presto. Nel 2003, dopo aver detto in un convegno che non avrei mai aperto un blog, ne fondai uno. Si chiamava I Ghiottoni, che era il nome di una micro casa editrice messa in piedi con due amici cuochi, Isidoro Consolini e Flavio Tagliaferro. Pubblicavamo libri sulla storia della cucina gardesana, ma sul blog scrissi sempre più di vino. Poi Flavio si trasferì in America e chiudemmo I Ghiottoni. Io volli dare vita a una testata giornalistica indipendente che ne replicasse il logo: la I divenne Internet e la G diventò Gourmet. InternetGourmet nacque così, nel 2006. Tre anni dopo, nel 2009, pubblicai il mio “Elogio del vinino – ovvero – Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere”. Eravamo ancora nell’epoca dei vini “grossi”, invece io teorizzavo un vino territoriale fatto per essere bevuto, magari semplice, però mai banale, e comunque sempre fortemente identitario. Se ne discusse molto. Restai minoritario, ma continuai per la mia strada, che ora è condivisa da molti. Lo spirito d’indipendenza di allora e l’idea di supremazia della piacevolezza continuano a contraddistinguere InternetGourmet. Credo che il contenuto maggiore della mia sfida personale sia la coerenza: scegliere una via e percorrerla con determinazione, sapendo che ha un costo e che posso apparire antipatico. Chi mi legge, e grazie al cielo sono moltissimi, anche all’estero, credo che mi apprezzi per questo.


“I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.” (Flaiano) 
Quali sono i suoi giorni indimenticabili? 
Nel mio percorso di conoscenza del vino, ci sono due momenti che restano indelebili, perché hanno rappresentato altrettante svolte fondamentali. Sono legati a due vini. Più di venti anni fa, invitai a guidare una degustazione di vini bianchi Gianni Fabrizio, che collaborava con Vini d’Italia. Portò lui i vini. Uno mi lasciò del tutto indifferente. Lo dissi, e Gianni mi invitò a rifletterci. Il giorno dopo, rassettando la stanza, mi accorsi che ne era rimasto un dito in una bottiglia. Me ne versai e mi si aprì un mondo. Il vino era diventato elegantissimo e complesso: aveva solo bisogno di aspettarlo. Quel vino era una Coulée de Serrant di fine anni Ottanta. Poco dopo ebbi occasione di bere il Saint-Émilion ‘62 di Château Fonplégade. Lo trovai giovane ed elegantissimo. Fu il vino che mi fece comprendere che la finezza non si cura del tempo che passa, e certamente non si basa sulla muscolarità. Entrambi i vini mi insegnarono, inoltre, il ruolo vitale del terroir. L’attesa paziente, la primazia della finezza e l’espressione dell’identità territoriale sono divenute le mie chiavi di lettura del vino.


“Il giornalista deve avere sempre e comunque una religione del dubbio.” (Ferruccio De Bortoli) 
Alcuni affermano che il giornalismo del vino non esiste in quanto sorretto economicamente dai produttori stessi. Altri sostengono che siano i contenuti a fare la differenza. Alla luce di un comparto così rilevante per l'economia nazionale lei che ne pensa? 
Il giornalismo non ha bisogno di alcun complemento di specificazione. Esiste il giornalismo “e basta”, non esiste il giornalismo “di qualcosa”. Semmai vi sono colleghi che si occupano di giornalismo investigativo, altri che scrivono di cronaca, altri ancora che trattano temi di costume, e vi è anche chi fa l’editorialista. Io credo di essere soprattutto un editorialista, perché tento di offrire una lettura dei fatti del vino in chiave umanistica ed economica, e dunque coerente con il mio percorso culturale e professionale. Il presupposto comune al giornalismo è che ci si rivolga al lettore con una promessa di integrità, un patto che va onorato. Mi si potrebbe domandare dove si collochino coloro che recensiscono i vini, ossia la gran parte di chi ne scrive. Si collocano, appunto, tra i recensori, che svolgono un ruolo di compilazione utile a informare il consumatore. Ma si tratta di un ruolo diverso rispetto a quello del critico, il quale analizza l’opera dell’ingegno secondo un bagaglio complesso di conoscenze specialistiche e anche, talora, secondo la corrispondenza o meno alla linea editoriale che connota la testata, la quale può essere improntata alla totale libertà interpretativa o ad una visione in qualche modo ideologica. Infatti, esiste anche l’ideologia del vino. Ad esempio, la parkerizzazione del vino fu un processo ideologico, e lo stesso si può affermare dell’ascesa del vino naturale. Io non ho nulla contro le interpretazioni ideologiche: mi basta che siano enunciate come tali, il che mi consente di interpretarle in quella chiave specifica, che posso condividere o meno.


“Dopo aver letto un elenco dei possibili danni che l'alcool può recare alla salute, ho smesso di leggere.” (Henny Youngman) 
L’OMS ha esortato a ridurre i consumi di vino 10% entro il 2025 paragonandolo alla tossicità delle sigarette. Cosa pensa di questa comparazione e degli effetti sui mercati? 
Mi occupo di vino perché il vino è uno dei più straordinari testimoni della cultura materiale di un popolo. Sotto questo punto di vista, sarò sempre uno strenuo difensore del vino. Però il vino contiene l’alcol, e l’alcol è responsabile diretto o indiretto di alcune serissime problematicità di natura sanitaria e sociale. Dunque, non dirò mai che il vino fa bene. La stretta che si sta profilando sui consumi di alcol avrà impatto anche sui consumi di vino, che caleranno, così come caleranno i finanziamenti pubblici alla sua promozione. Da tempo scrivo che si produce troppo vino e che vanno assunte politiche di riduzione della produzione viticola. Inoltre, ho già proposto al mondo associativo del vino di muoversi in una prospettiva di carattere compensativo: va quantificato il danno sociale potenzialmente indotto dal vino e vanno parallelamente assunte dal settore delle misure concrete che consentano di documentare la generazione di un beneficio sociale di valore pari o superiore a quello dei danni arrecati. Io sono convinto che sia possibile, ma si tratta di assumere un processo culturale piuttosto impegnativo.


“Una nazione che non può controllare le sue fonti di energia non può controllare il suo futuro.” (Obama) 
Crisi energetica, guerre, aumento del costo delle materie prime e inoltre mancanza di vetro per le bottiglie. Qual è l’impatto sul settore vitivinicolo e cosa inquieta di più? 
Non mi inquietano mai le contingenze esterne. Mi inqueta la carenza di visione strategica. Io credo che oggi il mondo del vino necessiti una nuova visione strategica, ma non vedo affiorarne le avvisaglie. La mia impressione è che ci si barrichi a difesa dello statu quo, quando lo statu quo non può esistere.


“Una bottiglia di vino implica la condivisione, non ho mai incontrato un amante del vino che fosse egoista.” (Clifton Fadiman) 
Dal vino come alimento al vino come convivialità e condivisione. E’ cambiato il consumo del vino nelle nuove generazioni? 
Credo che parlare di vino e di giovani sia una contraddizione nei termini. I giovani sono destinati a diventare adulti, e lo fanno in fretta. Se io oggi intraprendo una campagna di comunicazione del vino rivolta ai giovani, quando la mia campagna sarà conclusa i destinatari apparterranno già ad un altro segmento sociodemografico, e io avrò buttato impegno, tempo e denaro. Il vino è vino e l’umanità è umanità, solo la sottolineatura della componente umanistica del vino può salvare il vino. La convivialità e la condivisione appartengono a tale dimensione. Ce lo dimentichiamo spesso, cercando scorciatoie comunicazionali che hanno il fiato corto.


“Vuoi scendere in cantina da me a vedere dove tengo a stagionare le delusioni?” (Maurizio Manco)
Ha qualche delusione sotto chiave e chiusa in cantina? 
Da una decina di anni ho deciso di leggere la vita secondo la dimensione della positività. Mi impegno a trasformare le debolezze in opportunità e i rischi in punti di forza. Sotto questa prospettiva, anche una delusione è uno stimolo al miglioramento. Dunque, non tengo a stagionare alcuna delusione.


“Una bottiglia di vino contiene più filosofia che tutti i libri del mondo.” (Louis Pasteur) 
Qual è la bottiglia con dentro tutta la sua filosofia di vita? 
Quella che berrò domani, e poi quella del giorno successivo, e ancora e ancora, finché potrò bere vini che possiedano un’identità. Sono curioso della vita, e il vino è una metafora dell’esistenza.


“La gentilezza dovrebbe diventare il modo naturale della vita, non l’eccezione.” (Buddha) 
Garbo e gentilezza sono uno stile di vita che lei ha condiviso da sempre. Che ne pensa del giornalismo urlato (gridato), volgare e sfrontato? Per scrivere un articolo oggi bisogna realmente essere irriverenti o l’educazione, la cultura, la formazione bastano? 
Ritengo che si possano dire verità molto scomode anche quando si esprimono con un sussurro, e penso anzi che il sussurro possa lasciare un segno molto profondo, perché costringe all’attenzione. Invece la parola urlata è destinata a essere presto travolta da un grido più acuto. Faccio giornalismo, non sono interessato allo show.


“Un vincitore è un sognatore che non si è arreso”. (Nelson Mandela) 
Non arrendersi mai è un must della vita che ci permette di raggiungere i nostri obbiettivi. I suoi sogni si sono realizzati? 
Il mio sogno è quello di poter continuare a sognare, e questo sogno sinora l’ho realizzato. Sono uno strategist, un professionista che per attitudine e mestiere cerca di leggere il futuro come se fosse già qui che si realizza. Prima o poi mi acquieterò.


“Il mio progetto preferito? Il prossimo”. (Frank Lloyd Wright) 
Il suo prossimo progetto? 
Narrare il vino sotto una prospettiva diversa, per certi versi più azzardata, in una dimensione ancora più libera. Ci sto lavorando. È un libro di cui ho già scritto, in cinque anni, in una ventina di stesure, nessuna pubblicata, perché le prime diciannove non erano abbastanza convincenti. Chissà se la ventesima è quella buona.


Non tutti sanno che … 
Torno all’inizio, a quando mi chiamò Giorgio Gioco. Non tutti sanno che mi occupavo di storia della gastronomia, soprattutto dell’età medievale e rinascimentale. Quando mi chiamavano a tenere delle conferenze, si aspettavano una persona più anziana, certamente non un ventenne. Inoltre, non tutti sanno poi che ho lavorato nel mondo bancario e finanziario. Ho scritto le relazioni di bilancio di banche importanti. La mia lettura del vino come fatto economico deriva da lì. Però sono sempre stato attento a tenere rigorosamente separate le mie diverse occupazioni, perché nessuna condizionasse le altre. Oggi ho un’età che mi permette di svelarlo.










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